RENZO
BERTOLDO

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“INCIPIT E COACERVI”

PER CORO MISTO

Genesi di un libro

Le motivazioni a riesumare e trasformare i resti di questi corpi organici le trovo nelle pieghe della loro origine: fanno tutti parte di un passato che li ha visti venire al mondo, pur in momenti diversi, come manoscritti, creature viventi fatte di carta e inchiostro, fecondate alla vecchia maniera e per via istintiva, psicosomatica.

Ecco dunque questo mio ossario divertente e commemorativo, dunque irriverente. Una specie di personale  museo dell’innocenza di un tempo tramontato e compiuto. Sepolto. Un perfectum direbbe Emanuele Severino.

Così selezionate e ricondotte a questo colpo d’occhio su un unico istante diviso in più raccolte, le esumazioni conservative trovano unità di appartenenza.

Per far di meglio, dovrei ora mettermi a scrivere musica nuova con altri mezzi, tirar fuori brani di maggior pregio tecnico stilistico attingendo al senno di poi, all’esperienza, a forme di intelligenza più evoluta, e, perché no, artificiale. Ma non lo farò.
Il mondo è già pieno del meglio.

Pensieri bizzarri e introduttivi su “Incipit e Coacervi”

Qualche confidenza introduttiva e interstiziale.

Una specie di prefazione

Io sono vittima di una circonvenzione fantasmatica subita in tenera età a causa degli agguati che i suoni della musica vocale e corale, insieme ad altre selvagge o organizzate forme di vibrazioni, mi hanno teso in angoli imprevedibili, un sortilegio di cui sono rimasto fatalmente prigioniero, e in seguito al quale ho iniziato a provare sentimenti di venerazione per il mio aguzzino, a cercarne la seduzione costante che confermasse ogni volta la dedizione, dunque la detenzione. Senza sbarre però. Così che Euterpe potesse frequentarmi e affascinarmi senza regole e visite programmate, e io potessi dire la mia in scena.

Quindi musica, ritmi e armonie mi hanno stregato fin dalla più tenera età. Dai coperchi delle pentole, alla melodica, dalla “ghitara” richiesta al Bambin Gesù quando ero alla Montessori (ma la correzione della maestra sulla letterina mi incupì), alle armoniche a bocca marchiate Honner, cromatiche e non, alla melodica. E poi su, su, fino al pianoforte acustico in casa, all’organo liturgico nella chiesa del Villaggio Falck, prima l’Hammond elettromeccanico a cui d’inverno si congelava l’olio, poi quello con i suoni campionati, che funzionava sempre, imperturbabile e imitativo. Nel quartiere sestese accompagnavo il canto assembleare sfidando l’urlo dei forni delle acciaierie appena fuori dal tempio, lì, a due passi, sulla scorta di quanto avevo imparato in seminario. Ma lo strumento indimenticabile conficcato nella memoria è l’organo a canne a trasmissione meccanica “Fratelli Zordan” di fine ‘800, sul balcone ligneo sopraelevato della chiesa, ex castello, di Grancona, nel cuore dei colli Berici, terra di origine  dei miei genitori. Dentro il “castellaro” vuoto e silenzioso, andavo a rifugiarmi, nelle giovanili estati, a far dilatare il petto dei mantici dell’antico strumento e a nutrirmi di suggestioni impagabili, mentre in quei pomeriggi assolati, sulla sommità della collina, intorno si creava una cavea di cicale assordanti. Assordanti come i grilli del buio che anticipava l’alba, in cui mi immergevo, desto ed euforico. Ecco alcuni dei miei brodi primordiali, popolari e liturgici, i frammenti della mia ontologia, del mio apprendistato.

Ovviamente tutta la faccenda delle fascinazioni musicali e degli assedi vorticosi dei suoni vocali nella mia testa trova le sue premesse profonde e ancestrali nei labirinti dei caratteri ereditari custoditi nel ceppo familiare da cui provengo, nei creativi giochi delle continuità genetiche.

Alle elementari (cinque anni rigorosamente montessoriani) una maestra prima di iniziare le lezioni mi faceva cantare “Bella tu sei qual sole…” e piangeva a dirotto. Ma non finiva lì. Quando nella vicina chiesa si celebrava la messa in suffragio del fondatore delle acciaierie e ferriere, venivano a prelevarmi in classe, mi vestivano di bianco, e mi lasciavano libero di volteggiare, solitario come un’aquila, con la mia voce d’argento, con data di scadenza, durante la liturgia. E c’erano sempre regali per me.

Alle scuole medie, frequentate per buona parte nel seminario di Masnago, ero voce bianca nel coro.
Ero un contralto, e con il mio miglior socio di sezione, invidiavo i soprani perché arrivavano più in alto, e noi due si provava ad andare sopra il “Re” cercando di non fare fatica. E dopo la prima prova a 5 voci di un “Tu es sacerdos in æternum secundum ordinem Melchisedech” di cui non ricordo l’autore, fu come riconoscermi allo specchio, da buon primate, cogliendo le estremità di una gioia improvvisa che miracolosamente mi passava accanto e che non avrei mai più voluto abbandonare. Quella fu la volta in cui i fili dell’arazzo corale, con cui avevo costruito insieme ad altri pueri cantores l’ordito nascosto, mi catturarono e legarono per sempre ai loro intrecci.

Una volta perso il mio fanciullesco metallo vocale, unico, e la muta della voce sentenziò quanto fosse breve e irripetibile la vita di quella pasta sonora, c’era l’adolescenza ad aspettarmi, nella mia periferia della città delle fabbriche, con altre occasioni per voce e strumenti, anche rock, pop, e musica in chiesa con batteria basso chitarra a organo, con 50 bambini che solcavano e fendevano l’aria come aratri vocianti con le loro lame indistruttibili.

E alle superiori, in bagno, con alcuni compagni di classe, non ci si ritrovava mica a fumare, ma ad organizzare, nei brevi intervalli, cori all’unisono (massimo due voci, se proprio) a commento delle vite immaginarie di professori scelti, con testi in bilico tra il granguignolesco e le adolescenziali provocazioni, e musiche inventate lì per lì. La soddisfazione arrivava al termine delle migliori trovate, ma ci inquietava il pensiero che certe filastrocche potessero giungere all’orecchio dei docenti selezionati.

Quanti incipit, quanto suono lungo il bordo delle prime peregrinazioni raminghe. Poi il coro la Miniera. Un’altra storia, un arcipelago con tanto di metamorfosi, un viaggio irripetibile, una fornace dove ricercare e dare un suono ad alcune idee del canta sed ambula di agostiniana memoria. L’humus popolare del mio scrivere e cantare per decenni, un work in progress in continua mutazione, un cantare artigianale di contesto, fatto e cantato lì, sul posto. E lo stesso posto non è mai lo stesso: metamorphosis is coming.

Non sono sicuro se quanto vado scrivendo sulla soglia di queste pagine di musica da cantare possa essere considerata una vera e propria prefazione, sono però certo che qualcosa devo  scrivere con il pretesto di una prefazione, perché una volta deciso di trasformare oltre quarant’anni di manoscritti musicali – destinati in origine e quasi totalmente alle voci del mio laboratorio corale amatoriale – in pagine in bella copia, non voglio correre il rischio di affidare alla sola esposizione di brani corali, con tutti i loro limiti,
il compito di esaurire un pensiero in sottotraccia. Un pensiero che non necessariamente li motiva, semmai li affianca, spesso li supera. Quindi mi tocca scrivere, imbandire una tavola, essere cuoco e cameriere, inventarmi un menu politematico e destreggiarmi con i sapori, anche improvvisando. Far intravvedere a intermittenza una sinossi mitobiografica alla Bernhard, lungo tracce e indizi di un apprentissage del molteplice, alla Deleuze, maestro indimenticabile che mi ha aiutato a scoprire i miei ritornelli.

Sarà contento Giancarlo, ex corista scomparso nel 2014, che già ai tempi del nostro primo cantare mi invitava a digitalizzare gli spartiti e archiviarli in buon ordine…

Una postuma corrispondenza d’affettuosi intenti.
La mia scrittura musicale, quasi esclusivamente corale, e destinata alla mia formazione a voci miste, non ha mai voluto prescindere dal contenitore psicofisico di relazione e di prossimità in cui poteva essere riprodotta.
Un limite?
La marginale intensità. Il luogo promiscuo. I riti da piccolo villaggio vissuti in modo sanguigno e necessario, un angolo remoto che educa e predispone a scoprire le città universali e quelle invisibili.

L’appartenenza a tale contesto, unita ai tratti personali e ai processi di individuazione, ha condizionato forme di rappresentazione rapsodica ed eccentrica delle cose, una idealistica adaequatio rei et intellectus, il gioco inebriante delle connessioni tra le mie concezioni di pensiero e prassi, teoria e pratica, che alla fine ha superato il dualismo (spinozianamente), giocando a identificare la mente con il corpo e viceversa, in tempo reale.

Sulla superficie del racconto cantato vagano solo schegge dell’enorme sommerso, che è tutto il mio realismo fatto di lavoro e attività extramusicali, irrorato di letteratura e filosofia dell’amatore, ovvero fantasmi di passaggio, notturni, provenienti dai labirinti carsici del territorio e delle sue relazioni.

Nessuna avanguardia, nessun sperimentalismo musicale. Non mi riguarda per prassi e mestiere, pur non avendo mai rinunciato, e con piacere, ad accostarmi periodicamente all’ascolto di musica di ogni tipo, anche contemporanea. I brani che ho scritto negli anni sono graffiti di contesto, evidenze formali  di dedizione analogica e organica, come tracce del passaggio di un pensiero randagio
in carne ed ossa su altre cose in carne ed ossa. É il mio ibrido vagare di palo in frasca, da rapsodico flaneur per andare in monade.

Ero attratto dalla ricerca del possibile rapporto – forse pretestuoso – tra realtà quotidiana e cantabilità interrogativa, anche spaesata, che fosse meno cedevole nei confronti di certa retorica del cantare insieme, per non nascondere forme di tormento, pur nei disegni rassicuranti dell’armonia tonale. Mi sentivo impegnato a bilanciare quel solitario atto individuale di scrivere musica su pentagramma tenendo uniti la causa e l’effetto, attribuendo un minimo di credibilità alla rappresentazione artistica, animando nel contempo forme di collettività attiva e militante.

Le estrazioni tematiche vagamente popolari, rituali o liturgiche, arcaiche, erano già dentro l’humus quotidiano territoriale e psicologico delle frequentazioni, delle interazioni, delle relazioni molteplici, rilette e strappate via con impeto e impulsività.
Il luogo era coacervo già in sé, fortemente connotato da variopinte saghe familiari e dalle odissee delle ondate migratorie interne all’Italia, dalla presenza invasiva della grande acciaieria catalizzatrice di uomini in cerca di lavoro, provenienti da altre regioni e province. E poi il sound diurno e notturno, gli effetti speciali, i tuoni e fulmini, e i fumi. Il mito e la tragedia greca, Apollo e Dioniso a spartirsi il bottino tra la folla camuffandosi l’un l’altro con l’inganno. Discese nel mondo infero e risorgive.

Pasolini, nell’estate del 1967 decise di ambientare in quei luoghi di sirene, operai e forni, il finale del suo film “Edipo Re”, coinvolgendo anche alcuni di noi, allora fanciulli, a far saltare un pallone  sugli asfalti tra le fabbriche con Ninetto Davoli, spirito guida e angelo di Edipo accecato.
Un’intuizione geniale, una forma di ucronia dalle letture multiple, che unisce grecità, tragedia e contemporaneità.  Mescolanza di linguaggi. Il regista sestese Carlo Pozzi, assistente di Ermanno Olmi, catturò a sua volta dalla scena di questo teatro mitico e violento scene di quotidianità, girando metri e metri di pellicola per confezionare i suoi “diari sestesi”, oggi patrimonio filmico del Fondo Pozzi, restaurato e digitalizzato.

Anch’io mi sono abbandonato all’ebbrezza del canto popolare pasolinianamente. Fu alla fine degli anni ‘70 che un mio allievo che cantava in un coro popolare maschile diretto dal padre (e ai colloqui con i genitori, con lui si parlava solo di cori) mi regalò una musicassetta dei Crodaioli, che non conoscevo. Conteneva i canti del  “disco” numero 3. Fu un’altra di quelle rivelazioni vitali che si scolpirono a caratteri lapidari nella mia giovanile pietra porosa, subito, al primo ascolto. Lo scalpello raggiunse la massima incisività
con i colpi del disco numero 4, che conteneva i canti della vena ambientalista di Bepi de Marzi: inevitabile che vibrassero in me le consonanze tra la Arzignano delle concerie e la Sesto San Giovanni delle fabbriche. E così il mio Arvo Pärt delle prealpi vicentine vibrò un dardo delle contaminazioni con indimenticabile veemenza. Sentivo riverberare nell’aria il misticismo dell’estone e l’apocrifìa del cantastorie veneto, ciascuno con la sua passio secundum…

Poi si cambia pelle, come tutte le serpi. Resta il cuore e tutto quello che ci sta intorno, riconoscenza compresa e affabili ricordi. Anche la mia pietra ancestrale dalla struttura calcarea, come quella dei Colli Berici, mio utero genetico, era destinata, attraversando stagioni e intemperie sonore di ogni tipo, a indurirsi nel tempo, a cercare altri pungoli interiori e martelli filosofici.

Detto questo, viene fuori che non sono un musicista, sia chiaro. E’ successo però che la musica si occupasse eccessivamente di me e si umanizzasse per contaminazione, ovvero, che io la lasciassi fare, mentre a sua (e a mia) insaputa io la antropizzavo all’occorrenza fin dalla mia più tenera età.  Certo, posso affermare perentoriamente e per farla breve, di essere musicale. Ma non ho voluto “fare” il musicista.
Ho evitato, dapprima inconsciamente e poi consapevolmente, di cedere ad una specie di disagevole impasse ricattatorio che prevedesse di dovervi appartenere formalmente, ufficialmente, esponenzialmente, con vezzi e atti dovuti e cliché linguistici e argomentativi. Insomma sono scappato dall’idea di farmi suddito di un regno che identificasse ciò che già mi apparteneva a modo mio, rifiutavo la consegna del pensiero a folgorazioni e dogmi emozionali della musica, perché capivo che la verità, se verità c’è,
non si annidava lì, e i luoghi comuni vi proliferavano alquanto.

Quindi ho potuto giocare senza freni con le suggestioni musicali senza rinunciare a bizzarrie e personalismi di sorta. Un’anticamera prefilosofica, piacevolmente piena di inganni si sa, un intrattenimento irrinunciabile per cercare di andare da qualche altra parte. Un effetto dei caratteri ereditari, che non mi ha impedito di essere venerante e sommamente impegnato ad ascoltare e studiare protagonisti della musica dei grandi consensi, passando da Bach a Battiato senza alcuna prudenza. Solo per fare un esempio a parità di iniziali. Ci sarebbe tutto un alfabeto.

Era dunque inevitabile abitare assiduamente il mondo dei suoni, vivere quella relazione in una dependance delle frequentazioni libere, con un’amante interlocutoria, per vie autarchiche, facendo in modo che quel contatto lasciasse macchie visibili, orme d’inchiostro, tracce di quel viavai trasformate poi in manoscritti.

Il fatto che non potessi farne a meno avrà alimentato una predilezione, non una resa incondizionata. La frequentazione, pur assidua e appassionata, il dolce naufragar, non poteva suggellare la totale consegna e abbandono, perché ho sempre chiesto a questa “passione” di lasciarmi invadere dai miei impulsi immaginifici e da intime sollecitazioni con cui poter rivendicare una necessaria autonomia della conoscenza che non disdegnasse la mia simbiosi con l’universo, dentro una atmosfera quasi filosofica, sicuramente letteraria. Anche perché, a dirla tutta, credo di aver scritto più parole su carta che musica sul pentagramma.

Mi fermo qui. Si trattava solo di entrare in questa raccolta con un incipit di parole, come piace a me, infilandomi in un pertugio, una breccia qualsiasi per confezionare coacervi discorsivi più o meno attendibili. Non c’è bisogno di scomodare Manganelli per svelare quanto sia menzognero lo scrivere. Per altre notizie, un po’ meno venate di fantasia, ho affidato il compito alle pagine di curricula formali, qui inseriti. Più importante è il viaggio parallelo, saperlo inventare, e reggerlo e viaggiarci sopra avanti e indietro come in una spirale affabulatoria che scegliamo fra le tante possibili, perché ci sembra quella irrinunciabile. In questa raccolta di canti mi sono permesso anche di scrivere qualcosa a commento di ciascun brano, consapevole di aver taciuto probabilmente i dettagli più utili e interessanti, anche perché non si può discorrere e puntualizzare all’infinito su qualcosa che non ti appartiene più se non per come la vedi modificarsi ad ogni sguardo. Puoi tenere la catena lunga con le tue cose, ma alla fine conviene spezzare il cordone e lasciare andare tutto, tanto prima o poi ti accorgi che quella che tira dall’altra parte è un’altra bestia rispetto a quella che sei convinto di tenere al guinzaglio.

Se per molti, che ho anche conosciuto, viaggiare sul “pianeta musica” nelle più svariate forme ha significato strutturarsi secondo ortodossia, per me ha voluto dire destrutturare il cammino, mescolare il moto, privilegiando l’ondivago, l’intuitivo, tener viva l’occasione raminga, l’incontro con le persone, il territorio, il pensiero sociologico, la militanza idealistica, il lavoro di formatore, scovare in certe forme di contingenza altre facce dell’arte di cantare e di scrivere, con persone incontrate casualmente e coinvolte a prescindere da specifiche qualità vocali o musicali, rinunciando così, va da sé, a correre in circuiti troppo accademici, per godere dell’impuro, del gesto periferico, popolare, da guitto che sta a cavalcioni del bordo e poi ci corre sopra. L’informale e il preformativo, tutto tenacemente perseguito con grande disciplina, ma nella psichedelia dell’ars combinatoria e della teoria dei giochi. Non per gusto spocchioso della separatezza fine a sé stessa, ma per la salvaguardia dell’incipit primitivo, personale, si trattasse anche di un capriccio o di una debolezza del vagabondaggio mentale, delle divagazioni di un pensare ramingo.

E non sarò mai abbastanza grato a strumentisti bravi e geniali che hanno sempre accolto generosamente le mie richieste di coinvolgimento, e riconoscente per gli incoraggiamenti spassionati ricevuti agli albori del mio viaggio da musicisti di rango. Così come ho imparato a considerare altrettanto utili e vitali l’indifferenza e i toni liquidatori. Di Maestri ce n’è bisogno, sempre. Per me il più grande è stato Emauele Severino, che per la Filosofia abbandonò la musica.

Ma tornando alla musica manoscritta, a tutto l’inchiostro con cui ho disegnato macchie su pentagramma, velli screziati di greggi vocianti che sto pian piano conducendo all’ovile per la tosatura digitale, pagina dopo pagina, sono consapevole che ci vorrà tempo per finire il lavoro. Un baule emblematico ed eterogeneo, di cui rivendico, con il senno di poi, tutta l’ibrida bizzarria e la congerie di appigli utilizzati per orlare la superficie delle pareti su cui ho voluto arrampicarmi. Soprattutto quando si trattava di specchi.
Effetto di dedizione esercitata non certo per creare qualcosa di nuovo e di memorabile, per carità, nessuna presunzione da quella parte, ma solo per far sopravvivere il fanciullo nel regno, perché come ho avuto modo di dichiarare in un mio canto (Aion), parafrasando il fanciullo eracliteo di Nietszche: “di un fanciullo è il regno, frutto eterno del suo gioco”.

 “Incipit e coacervi”, mi è sembrato il miglior cluster terminologico di sintesi per contenere il pastiche di richiami, rinvii, rimandi, che risuonano in questo lavoro del vagabondaggio ramingo e ambiguo come piace a me. Poi mi è venuta voglia di tormentare ulteriormente il viaggio interno alle pagine con qualche ciliegina di sommità, a segnalare arbitrariamente degli spartiacque tra gli insiemi dei brani: ecco allora i luoghi del sacrificale, del sacrosanto e del sacripantesco. Questo viaggio della stravaganza corale che qui ha inizio, penso proseguirà con altre raccolte, sempre che mi sostenga e resista la convinzione che, in fondo, potrebbe valerne la pena. Oppure, sempre che mi sostenga e resista la fanciullesca ostinazione di voler onorare la festa arcaica o il piacere di attaccare al muro fotogrammi in bianco e nero di qualcosa che riemerge in questo eterno presente.

Renzo Bertoldo
Marzo 2024

Renzo Bertoldo

Marzo 2024
Stravaganze e divagazioni sull’incontro tra parole e musica in “Incipit e Coacervi”

Le parole tra significanza e risonanza

Parole, parole, parole, cantava Mina mentre Alberto Lupo svenevolmente la circuiva con una voce basso baritonale. E di parole sono piene anche le canzoni qui raccolte. Evitare di far ricorso alle parole è impossibile. Preferire i fatti alle parole produce una semplificazione ingannevole. Si danno parole al pensiero anche nel silenzio e se ne producono clandestinamente anche nella più intensa operosità.
Non esiste altro modo di pensare o tacere o vivere se non quello di darsi in pasto a un testo.
Quanto al cantare poi…

Wittgenstein con il suo noto aforisma sulla convenienza a stare zitti quando non si sa, ha dovuto pur dirlo e scriverlo.

Detto questo, sono pronto ad esibire un po’ di parole a mo’ di prologo prima di mettere a disposizione, in buon ordine, tutti i testi dei canti di questo coacervo, anche le parti in lingua, traduzioni comprese. Rinuncio però scientemente ad entrarvi specificamente con smania illustrativa. Di fronte alla mia vetrina di strofe e ritornelli di varia natura, sfilo via veloce mirando in tralice il mio corpo che passa riflesso sul vetro e da buon girovago sono già altrove, seguendo qualche mio pensiero periferico sulle parole che si bagnano di suoni immolandosi per annegamento. Non credo infatti che i testi qui ospitati e suicidari meritino di essere trattati con particolare attenzione filologica, letteraria o esegetica, preso atto che sganciati dai suoni a cui li ho arbitrariamente affidati non mi interessano più di tanto, a parte quelli d’autore, che però sono nati per essere solo scritti e letti, e a parte certi agganci o fondali tematici impressionistici o espressionistici alla cui costruzione i testi collaborano.
Pur cercando quindi di stare alla larga da sentimenti di eccessiva indulgenza nei confronti di questo prodotto, anche se si sa che ogni scarrafone è bello a mamma soja, qualche digressione me la concedo, sebbene la messa in scena della raccolta, gli azzardi argomentativi abbozzati, la veste grafica, il disegno di copertina, la trasformazione alchemica dei manoscritti in file digitali, non devono deporre a favore di chissà quale valore aggiunto diverso dalle cose in sé che qui si vedono. Deve restare intatto il taglio diaristico, artigianale e locale. Diagnostico e pragmatico. Nessun messaggio. Nessuna trama. Solo atmosfere da diario di bordo, fogli di uno scartafaccio, blitzbücher, journal…

Tutta questa organizzazione del lavoro non inganni. Si tratta pur sempre di un intervento conservativo di quel che c’è o c’è stato.
Il pensiero che ho lapidariamente scolpito con parole sulla quarta di copertina dice tutto.
O la dice lunga in breve. 

Conosco il mio stigma grafomane, con le sue divagazioni al seguito, che tengo a bada come posso, ma a volte no, probabile dunque che mi infili in sequenze argomentative ad incastro perché ho altri buoni ed estranei motivi per dilungarmi qui, a prescindere da una vaga idea di partenza.
E i motivi potrebbero essere almeno due.

Il primo riguarda la ghiotta opportunità di scrivere quello che penso, in generale, del rapporto  tra musica e parole in un canto.

Secondo, perché mi gioco un altro round di testo scritto per equilibrare lo strapotere delle pagine con pentagramma, improvvisando a destra e a manca non necessariamente su questo lavoro, da cui tento di tenermi po’ alla larga, o a debita distanza, perché intuisco cosa può produrre il senno di poi su una fatica conclusa, tanto più se affonda le premesse in anni lontani.

La perdita di immediatezza fenomenologica cederebbe a favore di una mediazione logica, ovviamente troppo a favore.

Ciò non toglie che, in prima istanza, la mia mano, la medesima che li ha scritti, i testi li tiene per mano a suo modo o per le unghie, e si tratterebbe di un intimo e scontato valore affettivo, ma in seconda, subito dopo, la mia mente dice che finalmente me ne sono liberato, cedendoli a una musica, a un suono del momento. Non ci penso più. Se poi fossi tentato dal ripescaggio del già fatto, spinto dal richiamo incontentabile del restauro e della revisione, riaprendo dunque i giochi, mi verrebbe sicuramente voglia di rimescolare le carte e rilanciare i dadi. Tutta un’altra musica, perché il momento, per l’ennesima volta, sarebbe un altro e diverso.

L’esito delle scritture musico-testuali di questa prima raccolta (e delle successive se verranno) sono un tipico prodotto di un lavoro fortemente individuale, anacoretico, separato, che avverte però il legame della parte con un tutto, piccolo o grande che sia, con un luogo e le sue determinazioni che lo popolano o lo invadono, che gli si contrappongono lo divorano o se ne lasciano sopraffare.
L’immagine della confluenza tre le parole e la musica dentro una fornace solitaria è comunque simbolo di un crocevia di materie prime che arrivano da chissà dove, che si trasformano e che restituiscono il prodotto: antico processo ante litteram di economia circolare, di contaminazione e interazione in un gioco di ruoli e riutilizzo di energie in altre forme

È il territorio empirico e trascendentale, ovvero il crocevia del vivere, dell’agire e del pensare ad avere aperto brecce nel tentativo di portare altrove una parola cantata che si illude di rappresentarlo nel suo grumo imperscrutabile, che si ribalta in un inconscio individuale che poi vuole emergere, altisonante, per cercare di trasformarsi in un rito collettivo da lanciare nello spazio.

Sto probabilmente e palesemente perorando la causa dei testi di qualità scritti, letti e meditati rispetto al ruolo ancillare di quelli, anche di pari valore, solo cantati.

Esalto e nello stesso tempo ridimensiono le aspettative della contaminazione tra testo e suono, della compenetrazione che li costringe a interagire in forme di travestimento, o denudamento, e apparizione in scena dichiarandosi ciascuno infilato nei panni dell’altro, ovvero con indumenti o pelle da attribuire a forme di apparenza dell’ospite, giochi di proiezione, di rappresentazione e interpretazione, perché si è ancora più estranei nelle forme di interazione tra diversi. Pur modificati quanto basta per reazione chimica da contatto, vince il più forte. L’energia più forte è quella che raccoglie più consenso.

Il consenso si dà alla forza che più appaga e soddisfa al miglior prezzo.

Nel canto delle parole vince il suono, il timbro, l’impasto, le  capacità tecniche di produzione dell’eufonia e del ritmo, la fascinazione dei corpi che emettono le vibrazioni acustiche e le fanno risuonare e della loro teatralità o fisicità secondo codici seduttivi.
Poi l’ambiente e l’acustica.
Anelo alla “parola-corpo”, rizomatica, a vocazione strutturale e strumentale ma non stanziale.
Corpo cavo o pieno, pronto a modificarsi per non cedere al testo, per sottrarsi dal centro del significato, sradicarsi per esaltare le vibrazioni possibili del significante e deterritorializzarsi come un risuonatore nomade. Ci sono cori che potrebbero cantare anche l’orario ferroviario, in nubi di incenso odoroso, in cattedrali metafisiche, con gente che piange dall’emozione e si converte a qualcosa di esoterico battendosi il petto.

Da qualsiasi parte provenga un testo popolare, dotto o di contingente spontaneità comunicativa, vestito con la musica, non può essere oggetto di valorizzazioni aggiuntive artificiose e mistificanti sui contenuti del messaggio. Va preso per quello che è e per la funzione a cui si è docilmente prestato.
Non comprendo certe esaltanti anamnesi di testi solo perché sono ben cantati, ben confezionati, come si trattasse di disvelamenti veritativi, di eroiche esposizioni di interpretazioni del mondo, assegnate honoris causa per la salvezza delle anime, per rivelazioni determinanti, tirando in ballo la cultura con la C maiuscola. Il fattore C.

Meglio commentare le risultanze sonore, impressionistiche, espressionistiche, senza perdersi inutilmente e retoricamente su messaggi e improbabili insegnamenti. Suggestionati solo dal buon funzionamento del brano o da un consenso commerciale o popolare.

E dunque? Un testo ben cantato può assumere valore esegetico superiore a qualsiasi altro scritto di riconosciuto valore filosofico, poetico o letterario? Un borbottio affidato al bel suono può essere messo nel catalogo dei grandi pensieri in sovrapprezzo? Basterebbe dire che il brano piace. Vale la funzione taumaturgica della musica, anche cantata, senza aggiunta di eccitanti nervini sul significato profetico delle parole.

Un testo banale può far furore con una buona musica, ammettiamolo.

Ma diciamo anche che se uno ha veri argomenti da trattare non può scrivere solo canzoni, e non cade nel gioco sentimentale delle perorazioni musicali a favore di un pensiero. In alcuni casi potrebbe valere la pena di aprire altre vie di indagine.

Per esempio la collaborazione Battiato / Sgalambro offre certamente spazi di folgorazione nel gioco parole e musica, accesi sulla soglia di un confine enigmatico, ma i due, ciascuno a suo modo, hanno proiettato anche con altri strumenti i fotogrammi del loro sguardo sul mondo. Sgalambro in primis.
Bisognerebbe avere in casa tutti i suoi libri.

E ancora, tanto per citare un altro caso di genialità inattuale dico: evviva il libro di Buscaroli sull’immenso Bach, ma tolto da certe pastoie di investitura divina affibiategli ciecamente da chi lo vorrebbe ingessare e beatificare a ogni piè sospinto per come accende e manda in fusione le sacre parole nelle mirabolanti cantate da destinare a luoghi e tempi sacri. Buscaroli non ci sta, e rimette il “grande artigiano” sul trono che gli compete, a regnare con la sua prosaica dedizione al lavoro e al sacrosanto ricorso alla parodia.

Una sera ci ho provato. A fare? Questo: stavo cenando sul terrazzo di una trattoria vista lago in attesa di recarmi nel locale teatro ad ascoltare una rassegna corale. Uno dei cori partecipanti, maschile e con repertorio alpino tradizionale, con le sue belle voci trentine naturali, cantava giù al piano di sotto alcuni brani del suo repertorio, mentre la signora che mi serviva a tavola mi confidava tutte le sventure della sua vita contendendo con il coro di sotto il primato sulla scena del mio ascolto.

Ad un certo punto un po’ per sottrarmi al profluvio confessorio della gentile cameriera, un po’ per seguire un istintivo richiamo, per effetto di una decisione improvvisa e non trattabile, mi misi a scrivere su un quaderno, con fantasia provocatoria, ironica e irriverente, una versione completamente modificata dei testi dei brani che stavo ascoltando, traghettandoli in tutt’altro contesto semantico, rispettandone accentazioni ed effetti fonici. Funzionavano alla perfezione. Le conservo ancora. E se qualcuno li avesse sentiti cantare, così trasformati, dalle medesime voci, per la prima volta, ignaro della versione originale, avrebbe sperimentato medesima esperienza di ascolto.

Insisto: vincono la musica e il suono.

Il testo come significato si inoltra in forme di apparente sottrazione e mutazione, per concedersi alla musica come significante, con cui ovviamente deve convivere in simbiosi nel medesimo appartamento. Tutte le combinazioni e reciproche modellazioni non consentiranno alla musica di parlare, ma al testo di suonare.

Le articolazioni del vocal tract non produrranno qualcosa per essere letto, né ascoltato a sé, o addirittura compreso.

Tutto converge alla produzione acustica di un terzo concetto, un tertium datur.

Si identificano come attributi diversi di una medesima sostanza, ma in forma di mescolanza, meglio, di infusione o soluzione in cui i pesi e i ruoli della confluenza non sono però paritari. Non si intercettano chiaramente le parole nel fiammeggiare del canto o non si comprendono tutte? Che importa?

Certo, l’azione tecnica di corrispondenza d’amorosi sensi non può tradire una certa necessaria specularità che deve apparire come fosse innata. Anche testi intoccabili, qui presenti, come “Specchio” di Quasimodo, “La Tigre Assenza” della Campo, “Le Vin des Amants” di Baudelaire, rinunciano a una parte del loro puro bastare a sé stessi, per contaminarsi e concorrere a una forma panica di reciproco riconoscimento
con la voce che canta. Se va bene.

Ma, ça va sans dire, stanno benissimo anche da soli e godono di ottima salute. Nessun valore aggiunto,
a parte l’occasione per divulgarne l’origine e l’autore. Per come la penso io sul gioco di parole e musica: bizzarria, gusto dell’ossimoro, simulazioni, fondali alla Tintoretto come nei due quadri delle sante eremite. Il testo è un di cui tutto intrecciato agli altri fili sul retro dell’arazzo, affinché dall’altra parte, sulla superficie della fruizione sensoriale, si riscontri un clima tematico, e chi ascolta possa tentare forme di aderenza con gli appigli della propria cifra logico linguistica ed emotiva, o fantastico istintiva, risuonando per possibile consonanza.

Anche con pochi indizi a disposizione un ascoltatore ben disposto si mette in viaggio con un suo bagaglio e una sua mappa e si costruisce una rotta, sapendo però che può anche andare a sbattere se si ritrovasse in carenza di affinità elettive. Il rifiuto è legittimo. Definisco la fruizione del canto come esperienza sinestesica di una celebrazione di temi reali o immaginari, suggeriti o suscitati per induzione o suggestione, anche con esiti differenti rispetto all’intenzione originaria del proponente. Cantare è evocare paradossi.

Quanto ai dettagli della cellula primaria da cui è partito il compositore, agli angoli reconditi e intimi del motivo scatenante che ha messo in moto la gestazione del lavoro, bisogna dire che l’amplesso fecondativo della prima ora fin da subito ha dovuto ingaggiare una sfida con la tecnica, con la poiesis secondo procedure. Alla lunga la sapidità di quella spaesata sincronicità primitiva se la dimentica anche l’autore, che deve continuare a vivere e a cibarsi scaricando sulle sue papille gustative le essenze mutevoli di un’esistenza in transito.

Quindi l’unicum in cui convergono parole e musica inevitabilmente depone a favore della seconda, del suono costruito anche attraverso lo strumento linguistico che interagisce con la vibrazione vocale e interpretativa rivelandosi contenitore e trasmettitore. Una volta decisa l’immersione nel senso, o nel genere, nel fondale intuito o scelto o accettato come fenomeno dell’ascolto, le parole possono anche andare a farsi benedire o trasfigurarsi.

Anche perché, in fondo, noi non ascoltiamo un testo altrui, noi sentiamo solo parole nostre quando la musica ci coinvolge. Siamo perfino in grado di modellare parole con musiche prive di testo, dove suonano strumenti che non siano la voce. Potrebbe addirittura infastidirci un imporsi di parole inadeguate, incapaci di dare spazio al nostro silente eloquio che può sconfinare in forme di solitario sproloquio, non percepibile all’udito altrui, ma sommamente e autarchicamente godibile .

E’ già difficile non produrre plagi interpretativi leggendo, figuriamoci sentendo cantare.

Detto questo, la deminutio capitis di un testo affidato al canto non dovrebbe autorizzare un compositore ad utilizzare testi scadenti o ridicoli e mal posti, perché c’è sempre il rischio che si comprendano benissimo ed eccessivamente, parola per parola, in quanto non sufficientemente nascosti o mascherati.

Allora meglio i fonemi o i vocalizzi.

Quanto a me, tra me e me, ascolto estasiato i corali di Bach e non capisco una sola parola (io cerco quelli eseguiti dalle splendide voci del Bachstiftung dirette dal pirotecnico Rudolf Lutz che poi, ahimè, si prodiga senza riserve ad esaltare inspiegabilmente in apposite sessioni i messaggi dogmatici di un presunto Bach unto dal Signore).

Con medesimo effetto catartico mi feci portar via dal vento irresistibile dei Psalms of Repentance di Schnittke cantati dallo Swedish Radio Choir diretto da Tönu Kaljuste senza alcuna traduzione disponibile in quel momento.

Anche la frantumazione testuale di “Sarà dolce tacere” composta da Luigi Nono per 8 voci, da “La terra e la morte” di Pavese, nonostante le ferree intenzioni programmatiche riguardanti il messaggio, va per una sua meravigliosa strada dell’ascolto a prescindere dal testo incomprensibile. Io che amo Pavese, non me ne faccio un cruccio. Se voglio incontrare veramente Pavese, lo leggo. Se devo entrare nel nocciolo dei pensieri, non li affido al lavoro musicale, se non come accessorio che soddisfa il meglius abundare quam deficere.

Infine, per farla breve e quindi concludere, devo dire che la mia esposizione dei testi qui di seguito, riveste solo un’utilità pratica per una corretta lettura delle parole risuonanti, per dare la sponda all’occhio e alla lingua e per sorreggere qualche idea di sfondo.

E poi liberi tutti.

Renzo Bertoldo
Marzo 2024

Renzo Bertoldo

Marzo 2024
I testi delle canzoni "VOLUME 1"

Testi Dei Canti

… del sacrificale

Emma Agnese Hume
Beautiful and as much wisdom girl,
she died of consumption,
with dignity
of twenty-five years old
the thirteenth of December eighteen fifty-six

Emma Agnese Hume il mal sottile che rubò il tuo canto
si è spento fra le spire della morte bianca.
Adesso puoi tornare finalmente a respirare
e cantare sopra la tua collina, a consolare noi
e Jane Wells che pianse il tuo silenzio.

Qual nube d’incenso odoroso si leva nel tempio il tuo canto.
S’allieta cantando la bocca, la lingua si scioglie esultante
come onda fresca dischiusa dal sasso percosso.

(Assai bella e saggia fanciulla, consumata dalla tisi,
il 13 dicembre 1856 all’età di 25 anni)

Journal
Avoir dans le mains un livre et être au coin du foeu…
Pour rêver et tissoner,
voilà ce que j’appelle se sentir confortable…

Après dîné je suis restée quelque temps accoudée
a la fenêtre ecoutant le légere murmure de l’onde et regardant le fanal
qui me faisait une singulière sensation avec sa lumière
un moment si vive et ensuite si languissante…

…voici l’image de la vie, me disais – je à moi même,

Un moment tout brille en nous et autor de nous,
mais nos illusions palissent bientôt.

…Combien de fois je me suis sentie le besoin d’ecrire
ce que pense, ce que je sens, ce qui m’occupe.

… Ce qui ne fait qu’effleurer les autres me blesse jusqu’au sang
Emmène moi dancer

(Avere un libro tra le mani e stare all’angolo del focolare…
Sognare e attizzare il fuoco
questo è ciò che io chiamo “stare bene”
A volte, dopo cena, sono rimasta alla finestra
ascoltando il lieve mormorio delle onde e guardando il faro
che mi ha dato una sensazione singolare
con la sua luce un momento così vivace e poi così languida…
ecco l’immagine della vita, mi dicevo,
per un attimo tutto risplende in noi e intorno a noi,
ma le nostre illusioni svaniscono presto.
…Quante volte ho sentito il bisogno
di scrivere quello che penso, che sento,
quello che mi preoccupa
… Ciò che soltanto sfiora gli altri mi ferisce a sangue
Portatemi a ballare.)

Tanto te ghè sigà e crià
Tanto te ghè sigà e crià
che alla fine de la storia
mi te gò contentà
e te gò portà rènte casa tua:
sora un prà,
un campo tuto macià de mutare e de frape.
La zé ‘na storia tuta cantà
e fin chì ti sì rivà.

…Tu scavavi in un buio corroso e orbo
ciupinara* dal fiato ritorto…
Che viaggio però…
masticavi sedimenti di torba,
tra gorghi e risacche gementi,
respiravi in un grembo di terra madre,
ciupinara, mattino d’Aurora.

*Ciupinara: talpa (immagine filosofica)

(Tanto hai gridato e pianto
che alla fine della storia ti ho accontentato
Ti ho portato vicino a casa tua
in un prato,
un campo tutto tormentato da buche e cumuli di terra.
E’ una storia tutta cantata
e fin qui, sei arrivata).

La Tigre Assenza
Per colline d’oblio, questo passo d’addio.
Ahi, che la tigre assenza, o amati, ha tutto divorato,
di questo volto a voi rivolto.

Devota, come un ramo,
curvato da molte nevi,
allegra come un falò, per coline d’oblio
su acutissime lamine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerà mia anima
questo passo d’addio
per coline d’oblio.

La bocca sola, pura
prega ancora voi di pregare ancora,
perché la Tigre Assenza, o amati,
non divori la bocca.

Aurevoir, adieu
Il me souvient encore le froid
Sur la campagne recouvert d’une couche de glace
Le gel faisait eclater le temps de guerre
Et moi? Et toi?
Et mon coeur? Et ton coeur?

Un rien suffit pour recheuffer mon coeur, ton coeur…
Mais bien souvent il ne nous reste que dire seulement
Aurevoir, adieu!

(Mi ricordo ancora il freddo, sulla campagna ricoperta di ghiaccio.
Il gelo faceva esplodere tempi di guerra
E io? E tu?
E il mio cuore?
E il tuo cuore?
Ci vuol poco a riscaldare il mio cuore, il tuo cuore…
Ma spesso non ci resta che dire soltanto, arrivederci, addio)

… del sacrosanto

Padre nostro
Padre, o Padre, Padre nostro, che sei nei cieli.
Sia santificato il nome Tuo, e venga il Tuo Regno.
Sia fatta la Tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
E non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Amen

Gloria
Gloria a Dio nell’alto dei cieli
e pace in terra agli uomini di buona volontà.
Noi ti lodiamo, ti benediciamo,
ti adoriamo, ti glorifichiamo.
Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa,
Signore Dio Re del cielo,
Dio Padre Onnipotente,
Signore Figlio Unigenito Gesù Cristo,
Signore Dio Agnello di Dio,
Figlio del Padre.
Tu che togli i peccati del mondo,
abbi pietà di noi;
tu che togli i peccati del mondo
accogli la nostra supplica;
tu che siedi alla destra del Padre,
abbi pietà di noi.
Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore,
tu solo l’Altissimo:
Gesù Cristo con lo Spirito Santo
nella gloria di Dio Padre. Amen.

Offertorio
Terra, che porti nutrimento
ai semi sparsi dal vento,
sei benedetta dal Signore,
che in te diffonde la vita.

Tu sei per l’uomo altare antico,
del tempo e del sacrificio.
Sopra di te si stende il giorno,
la notte ed ogni stagione.
La spiga di grano,
dopo il raccolto,
diventerà pane dell’ uomo,
corpo di Cristo.

Il grappolo d’uva,
dopo il raccolto,
diventerà vino dell’uomo,
sangue di Cristo.

Magnificat
L’anima mia magnifica il signore
voglio lodarlo, è lui il mio salvatore
perché ha guardato all’umile sua serva
e l’umanità mi chiamerà beata.

Dio è potente, ha fatto grandi cose in me
e santo è il suo nome.
La sua misericordia resta sempre
con tutti quelli che lo servono.

Il Signore ha dato prova della sua potenza,
spezzando il cuore altero dei superbi.
Ha rovesciato il trono dei potenti,
gli oppressi ha sollevato dalla polvere.

Ha colmato i poveri dei beni più preziosi,
i ricchi ha rimandato a mani vuote.
Fedele nella sua misericordia,
non si è dimenticato d’Israele.

Proprio come aveva già promesso in tempi antichi,
parlando ai nostri padri, ad Abramo,
al cuore della sua discendenza,
per tutte le generazioni.

Sia gloria al Padre e all’Unigenito suo figlio,
al soffio della Spirito di Dio,
com’era in principio ora e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.

Varianti opzionali in lingua

Ritornello
It’s in my heart and soul to glorify my Lord
I wish to praise him because he is our saviour
for he watched over his very humble servant
and I’ll be the blessed for all the humanity

Strofe
Diós se ha mostrado a mi en toda su potencia
rompiendo el corazón de los superbios.
Ha derribado el trono de los potentes
los pobres ha retirado del polvo

Il a recouvert les pauvres de biens les plus precieux
les riches a renvoyé les mains vides
Toujours fidèle dans Sa misericorde
il n’a pas oublié le peuple d’Israel

Salmo 30

Tu hai mutato il mio pianto in danza,
ed il mio abito di sacco in veste di festa.
Perché ti possa cantare, con il mio cuore,
inni senza fine.

Voglio esaltarti mio Signore,
perché tu mi hai difeso dai nemici.
Ho gridato aiuto e tu sei venuto a me.
Sottrai il tuo servo al regno della morte
e dalla tomba liberi la vita.

Se all’imbrunire giunge il pianto,
all’alba torna il sole della gioia.
L’ira del Signore dura il lampo di un istante,
Il suo bene tutta un’esistenza.
Cantate a lui perché il Suo nome è santo.

Tu sei stato buono, mio Signore,
mi hai reso forte come una montagna.
Ma se ti nascondi io non so più dove andare:
rivolgi a me lo sguardo che conforta,
dissolvi ogni ombra di paura.

Il mio grido è giunto fino a te,
perché ho bisogno della tua pietà.
Vieni in mio aiuto e riempimi di vita,
cosi potrò innalzare la tua lode,
cantare per i secoli infiniti.

Varianti opzionali in lingua

Rit.
Mon Seigneur tu a transformé mes larmes dans une joyeuse danse,
et mes pauvres vetements, en vetements de fête,
et pour ca je peux chanter
par  mon coeur
hymnes qui n’auront jamais de fin.

Strofe
Tu bondad es grande mi Señor
me ha transformado en una montaña.
Pero si no te busco cómo puedo yo vivir
Dame tu mirada de consuelo   
disuelve todas las sombras de mis miedos.

Si por la tarde me pongo a llorar
al alba vuelve el sol de la alegria.
La ira de Dios dura el istante de un relampago
su inmenso amor para toda nuestra vida
El canto se eleva a su santo nombre.

Viandanti
(Liberamente ispirato al racconto
dei discepoli di Emmaus Luca 24, 13-33)

Come era triste il cuore per via,
prima che Lui camminasse con noi,
prima che Lui rammentasse i Profeti…

Cammina l’anima, là verso Emmaus

Quando le tenebre oscurano i passi
oltre quel buio cerchiamo un chiarore…
Verso la luminosa notte per non smarrirci mai,
la luna piena è cresciuta nel tempo,
giorno per giorno.

Giunti al villaggio, rimase con noi.
Dopo il tramonto, durante la cena,
Lui si svelò allo spezzare del pane…

Cammina l’anima, là verso Emmaus.

Se i nostri occhi non sanno vedere
oltre la fine di un giorno che muore,
quando la notte fa paura,
resta con noi Signore!
La tua parola è cresciuta nel tempo,
giorno per giorno.

Quando la notte fa paura,
resta con noi Signore!
con il tuo pane spezzato nel mondo,
giorno per giorno.

… del sacripantesco

Ambra
Fuori c’è il vento e spinge le nebbie
come velieri in mari di ghiaccio
ombre più scure disperse astronavi.

Nella mia casa ai bordi del bosco
porto notturno base lunare
vorrei sentire una nuova canzone.

Ambra come il sole come la luna
Ambra come il sangue della mia terra
sono tornati gli spiriti buoni
nella foresta amica felice
stanno ballando tra le braccia
di laghi e di fiumi …

Fuori c’è il giorno e guarda al futuro
come un veliero in viaggio nel cielo
nuvola bianca veloce astronave.

Nella mia casa ai bordi del bosco
porto sicuro base spaziale
ogni viandante mi porta canzoni …

Polvere

Polvere prigioniera sopra le cose inaridite
Sopra di noi polvere più nera.
L’acqua di primavera ti porta più lontano,
Pioggia senza respiro, giorni e malinconia.
Così senza parole vai via,
ma tornerai, tu ritornerai
perché la tua canzone non finirà mai!

Febofesta
Ora la notte si fa colore.
Finalmente quest’aria sincera,
dentro il cuore di un nuovo mattino,
davvero già t’incanta l’abbraccio del sole.
Inizia una gran festa,
sboccerà come un fiore.
Non mancherà la musica,
non mancherà il colore.
E mentre Febo salirà vestito di splendore,
incanterà la terra, incendierà le ore.
E scopri piano piano
che la danza si apre anche per te
nel canto nuovo di voci al vento
che si prendono per mano
correndo insieme verso la sera….
T’immergi nell’attesa di un’ora ormai vicina,
nel ricordo dell’amore suona una campana, suona
don don don…
Ecco la sera, viene da lontano.
Finalmente quest’ora di pace
nel silenzio racchiuso in un fiore,
davvero ti rinnovi nel fuoco del sole.

Le vin des amants
Aujourd’hui l’espace est splendide!
Sans mors, sans éperons, sans bride,
Partons à cheval sur le vin
Pour un ciel féerique et divin !

Comme deux anges que torture
Une implacable calenture,
Dans le bleu cristal du matin
Suivons le mirage lointain !

Mollement balancés sur l’aile
Du tourbillon intelligent,
Dans un délire parallèle,

Ma sœur, côte à côte nageant,
Nous fuirons sans repos ni trêves
Vers le paradis de mes rêves !

(L’aria è splendente, oggi: che meraviglia!
Senza morsi né speroni né briglia
ce ne partiamo a cavallo del vino
verso un cielo incantevole, divino.

Come due angeli morsi dall’ansia
acuta che, implacabile, li strazia,
nel vetro blu del mattino seguiamo
di quel lontano miraggio il richiamo.

Mollemente cullati sopra le ali
di un turbine che sale con sapienza,
in un delirio che insieme ci assale,

affiancati in armoniosa alleanza,
fuggiremo, sorella, cancellando ogni
attesa, nel paradiso dei sogni.)

Ali e Corpi
A volte lampi e tuoni
invadono la mente,
catturano pensieri
per prendergli le ali,
le ali di farfalla.

A volte un temporale
si getta nelle vene
e scava nel sangue
finché non trova un varco
per battere le ali,
le ali di farfalla

Ali e corpi,
di farfalla.

Minaresta
Era stagione di frutti maturi
Più bella valle coi prati di sole
Ma venne un giorno con arido cuore
Intorno alla fonte silenzio e dolore…

Ritorna Minaresta, ritorna a cantare
Chi t’ha portato via?
Muore questa campagna ora che non ci sei.

China il tuo capo sovrano potente
È grande la sete di tutta la gente.

Ecco un mattino soffiare Tivano,
intorno alla fonte si danno la mano
Acqua di Minaresta tornata a cantare
Forte del tuo mistero
Corri per la campagna che sempre bagnerai.

Oro Bianco
Some say the world will end in fire.
Some say in ice.
From what i’ve tasted of desire
Im hold with those who favor fire.

(Dicono alcuni che il mondo finirà nel fuoco.
Altri, nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
che mi fa scegliere il fuoco)

Non sono candide spine
ma polvere di manna
per intrecciare corone
per ricamare canzoni
d’amore.

Non è cenere spenta
ma fiori, fiori d’inverno
su rami e rizomi da frutto
di questa segreta stagione
del tempo

Non sono lacrime fredde
ma fili di seta lucente
collane di un oro più bianco
al collo di un corpo mai stanco
che danza.

Non è erba nel ghiaccio
ma latte insieme alla menta
nel mio sconcertante giardino
nel grembo di questo mattino
che canta.

Ci sono maschere e voci
nel buio del nostro teatro
cratere dell’ideazione
fantasma di questa canzone
che brucia.

Specchio
Ed ecco sul tronco si rompono gemme,
un verde più nuovo dell’erba che il cuore riposa.
Il tronco pareva già morto piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo…
Quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Terra Lontana
Ma chissà dove andranno a finire
I sogni di tutta la gente del mondo.
Terra lontana baciata dal sole io ti troverò.

Ma chissà dove andranno a finire
Il sangue, il dolore, gli amici e l’amore.
Terra lontana baciata dal sole io ti troverò.

Ma chissà dove andranno a finire
Le note e gli accordi di questa canzone.
Terra lontana baciata dal sole io ti troverò.

Alter Tanz
Die Hexen tanzen, sie tanzen mit dem Teufel
Aber habe keine Angst, die Nacht wird zu ende gehen

(Danzano le streghe, danzano con il diavolo,
ma non avere paura, la notte avrà fine.)

Ripidi Sentieri
Sopra le montagne, oltre la pianura
Respiriamo increduli inaccessibili distanze
Senza più confini,
noi risaliamo ripidi sentieri,
vertiginosamente veri,
liberi pensieri, desiderabili misteri.

Ad Ovest del Fiume
Ora vorrei raccontarti mio bene
cosa sussurra il profondo sentiero
ad ovest del fiume in momenti di calma

I canti antichi del popolo alato
sono diffusi da un gesto del vento
mentre nell’acqua si perde
il dolore del corpo mortale

E se raggiungo la riva tremante
mi stringo forte alle piccole tracce
di inarrestabili e arcani disegni.
Ad ovest del fiume …

Veleno

Un po’ di veleno ogni tanto, rende gradevoli i sogni
Ma io vi dico: voi avete del caos dentro di voi.

Immota è la mia anima e chiara,
come la montagna prima del meriggio.
Ecco che mi guardano e ridono
e nel ridere mi odiano anche.

Io amo colui la cui anima trabocca,
da fargli dimenticare sé stesso.

E tutte le cose che sorgono in lui
diventano a sera il suo tramonto.

Giri di giostra

Suggerimenti sparsi, richiami sorgivi, autorali o di contenuto.

Trattasi di indicazioni monche e vaghe. Ciascuno in motu proprio si inventi il viaggio e stravolga
il paesaggio, perché ogni volta non è mai lo stesso. Su alcuni brani mi sono permesso qualche breve memoria, ma si tratta di marginali indizi, che ho risparmiato ad altri canti della raccolta.

… del sacrificale

Emma Agnese Hume
Espressioni di cordoglio e di poetico riscatto nel ricordo di Emma Agnese Hume (1831 – 1856) ragazza inglese, recatasi in Italia, a Firenze, per studiare canto. Ivi deceduta per tisi il 13 dicembre 1856 in via della Spada.
Quindi sepolta nella Basilica di San Miniato al Monte (a pavimento, spartimento 2- Tomba 42).

L’epitaffio sulla lapide, fatto scrivere dalla zia Jane Wells, invita a non dimenticarla.

Il brano è composto dal montaggio in successione di brevi quadri tematici, tra loro brevemente staccati,
come a comporre un piano sequenza intervallato da respiri. Il contenuto sonoro dei quadri è polimorfo, in alcune sequenze si sovrappone per moto lineare e poi retrogrado sui numeri e le date dell’epitaffio, oppure rievoca frammenti
di un canto liturgico degli anni 60 “Nella tua santa casa” di Luciano Migliavacca  (1919 – 2013).

L’ordito richiede di addentrarsi con attenzione e con sensibilità sul peso dei temi che si incontrano, e a tratti
convivono, sulle accentazioni e sugli episodi effusivi dei suoni, secondo codici interpretativi personali.

SSAATTBB

Journal

I testi sono estratti dal diario di Matilde Manzoni (1830-1856), figlia del più noto Alessandro, tanto inutilmente invocato in punto di morte.  La pubblicazione (Journal) è stata realizzata da Adelphi 1992 a cura di Cesare Garboli (1928 – 2004) che ha creduto molto nella rivalutazione di Matilde, e della sua mente letteraria precoce e sensibile. Matilde è scomparsa in giovane età nel 1856 a causa del mal sottile. Il brano richiede di disegnare attentamente
le giustapposizioni timbriche e ritmiche al fine di evidenziarne pulsazioni e spaesamenti, tenendo in emersione
le linee di canto di volta in volta individuate.

SSAATTBB

Tanto te ghè sigà e crià

Testo in dialetto del basso vicentino.

Espressione del desiderio perentorio e infine soddisfatto di un’anziana donna che in punto di morte chiede
con veemenza di essere accompagnata e sepolta nella terra d’origine da cui è partita in giovane età per raggiungere la città delle fabbriche, alla ricerca di pane e lavoro, come tanti altri migranti interni. La tavolozza timbrica
da utilizzare è aperta e popolare, a tratti incandescente, con aree improvvise di penombra meditativa o frammenti
che richiedono cristallina leggerezza vocale.

L’ho scritto in seguito alla scomparsa di mia madre.

SSAATTBB

La Tigre Assenza

Richiamo ai temi musicali presenti in “Remembrances” per violino e orchestra di John Williams (1932)

Testi tratti dalla raccolta “La tigre Assenza” di Cristina Campo (1923 – 1977)

Tematicamente, attraverso i testi della Campo, si procede quasi in forma rituale e sciamanica a sfidare i sortilegi
del dolore. Il brano richiede molta attenzione nella messa in opera dell’architettura strumentale originaria richiamata in forme imitative. Particolare cura deve essere riservata alla luminosità del tema e alle arditezze
del disegno, pur tonale, degli elementi portanti e delle trabeazioni che lo sostengono. Le ripetizioni del tema devono godere di variazioni dinamiche opportune, con apertura solenne nel finale.

SSAATTBB

Aurevoir, adieu

Frammenti testuali imbastiti sul tema del conflitto intimo tra esseri umani e di altre forme più estese
di guerra. L’accostamento serrato e imitativo di schegge intervallari ad apertura variabile tormenta la superficie
su cui si affacciano le note e i fonemi.

L’accentazione e la ritrazione dei suoni, da distribuire tra le sezioni rappresentano il focus dell’incedere narrativo.

Scritto durante la guerra del Golfo.

SSAATTBB

… del sacrosanto

Padre nostro

Il canto si avvale di interazione strumentale che detta la matrice delle pulsazioni ritmiche

Organo, pianoforte, SATB

Gloria

Il canto è caratterizzato da movimenti e scale per gradi congiunti a creare profili ondivaghi, con ascese e flessioni costruite per via imitativa e con dialogo tra le sezioni.

SATB

Offertorio

Dopo un iniziale e intima esposizione tematica delle diverse sezioni corali, nella seconda parte le voci si raccolgono
e si lanciano in un dispiegamento sonoro più solenne e incantato intorno al simbolismo della spiga di grano
e del grappolo d’uva. Nel ricordo di una vendemmia tra le vigne di San Colombano al Lambro.

Organo, Pianoforte, SATB

Magnificat

Affresco intenso di progressioni e architetture melodiche condotte su tema classico e luminoso, intervallato da episodi strofici. Il testo è integrato con qualche soluzione in lingua che può essere utilizzata a discrezione.

L’alternarsi regolare di strofe e ritornelli può essere sostituito con esposizione di più strofe in successione, variando l’interpretazione (dinamiche, unisono, lingua straniera, ecc…)

Organo, Pianoforte, SATB

Salmo 30

Sul tessuto salmodiante si illumina in filigrana la pregnanza del testo, integrato con qualche soluzione in lingua
che può essere utilizzata a discrezione. L’alternarsi regolare di strofe e ritornelli può essere sostituito con esposizione
di più strofe in successione, variando l’interpretazione (dinamiche, unisono, lingua straniera, ecc…)

Testo che avevo fatto incidere sulla lapide della prima tomba di Daniela Bertoldo nel 1992

Organo, Pianoforte, SATB

Viandanti

Lo spunto testuale deriva dal racconto evangelico dei discepoli di Emmaus (Luca 24, 13-33), ma il richiamo privilegia un excursus più esteso e contaminato, secondo uno sguardo legato all’odissea umana e agli interrogativi del viaggio. La costruzione vocale e strumentale privilegia il minimalismo degli ostinati e alcune forme ripetitive di ritualità tribale o arcaica. Al canto ben si accompagna un richiamo del poeta spagnolo Antonio Machado “Caminante no hay camino”: Viandante, sono le tue impronte il cammino, e niente più, viandante, non c’è cammino, il cammino
si fa andando. Andando si fa il cammino, e nel rivolger lo sguardo ecco il sentiero che mai si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, soltanto scie sul mare.”

Pianoforte, SATB

… del sacripantesco

Ambra

Brano dai tratti nostalgici nato in un contesto di amicizia con un coro di Riga (coro Caritas, anno 1993)
e come omaggio alla “terra dell’Ambra”, da poco libera e pronta a incamminarsi sul sentiero dell’autonomia.

Al centro del corale si sviluppa una danza fresca e scorrevole, come mimesi dell’apertura a un nuovo viaggio.

SSAATTBB

Polvere

Canto in forma di elevazione assorta e tesa, fremente e catartica, intonata sopra le polveri della città delle fabbriche immersa nel fumo. Fa parte di una serie di brani dedicati al territorio sestese divorato dalle acciaierie e ferriere
fino agli anni 90.

SSAATTBB

Febofesta

Corale meditativo di ispirazione bucolica, con accenni di danza leggera a unire nello zenit i due archi del giorno.

Nel ricordo della campagna e dei fossi ai piedi dei Colli Berici in Provincia di Vicenza

SATB

Le vin des amants

Dall’omonimo testo poetico di Charles Baudelaire, tratto da “Les fleurs du mal”, un percorso chiaroscurale
per sequenze strofiche, differenziate tra loro nell’ordito polifonico e nelle soluzioni poliritmiche.

Il pianoforte interagisce, asseconda e infine assume carattere percussivo.

Un canto che, in postuma dedica, affido al ricordo di Carlo Cremonesi, cantore scomparso dieci anni fa, a cui tanto piaceva interpretare questo brano, forse immaginando anche di passeggiare nella Parigi di Simenon.

Sulla tomba di Baudelaire, nel cimitero di Montparnasse, ci andai con lui.

Pianoforte e SSAATTBB

Ali e Corpi

Breve madrigale che si avvolge enigmaticamente intorno a immagini mutevoli, instabili come metamorfosi in atto.
Il finale, prima soli e poi tutti, si libera in una danza giocata con ostinati e frammenti testuali imitativi.

SSAATTBB

Minaresta

Valorizzazione corale di una fiaba lombarda dedicata alle sorgenti del tormentato fiume Lambro (la Minaresta).

La ricerca elegiaca di una narrazione corale fuori dal tempo, si riversa poi in sequenze di note più tese, che attraversano le varie sezioni in forma imitativa e per progressioni, come una fibrillazione incalzante, prima di giungere al finale che, dopo un breve passaggio tenebroso e austero, sfocia nella cadenza finale luminosa e aperta.

SATB

Oro Bianco

Polittico vocale elettrico e sfaccettato. Gioco di apparenze, abbagli, e fascinazioni, che aprono e chiudono sipari sopra scene mai concluse e mai certe. La tavolozza timbrico interpretativa deve seguire le radiosità e le penombre
che si presentano lungo la scrittura, nel gioco astuto delle maschere concettuali. Il testo principale danza
con un controcanto percussivo costruito con il testo della poesia “Fire and Ice” del poeta Robert Frost (1874 -1963)

SSAATTBB

Specchio

Scavando nel testo dell’omonima poesia di Salvatore Quasimodo (1901 – 1968), si segue il battito vitale della nuova stagione che preme nelle vene delle scorze ancora indurite dall’inverno, ma pronte a spaccarsi sotto la pressione
dei germogli.

Le sezioni corali si scambiano la presenza vocale sul tappeto sonoro, prima di congiungersi nell’afflato finale.

SATB

Terra Lontana

Meditazione corale in forma di brezza leggera, come un incresparsi della pelle, nel brivido delle domande di sempre. Nel ricordo alla “Valle dell’Oro” e del sentiero che conduce all’Abbazia di S. Pietro al Monte (LC), scrigno di arte
e storia millenaria.

SATB

Alter Tanz

Un affaccio dapprima incantato sui resti pietrosi di un sabba notturno. Poi una danza tribale dalle colorazioni accese, dai contorni inquieti, che sembra ricostruire la scena di un convegno notturno, di streghe e demoni.

Da una parte il fascino dall’altra la paura. Le voci ricreano effetti percussivi, turgori vocali e figurazioni di danza, in una ebbrezza che non sa contenersi, che vuol partecipare al gioco onirico che confina con l’incubo, rassicurata però dalla certezza che tutto si concluderà con le prime luci dell’alba.

Nel ricordo degli “Omini di Pietra” del Monte Schöneck a Sarentino (Bolzano), testimonianza di miti e leggende.

SSAATTBB

Ripidi Sentieri

Il brano contiene frammenti testuali sulla vertigine, reale e immaginaria, vissuta nelle ascese in ambienti montani, desiderati o ricordati. Le sequenze tematiche delle varie sezioni, si incrociano, si inerpicano, si sedimentano. L’incedere dei passi sui sentieri e l’ansimare del respiro suggeriscono possibili prassi interpretative ed esecutive.

SSAATTBB

Ad Ovest del Fiume

I richiami arcaici e i liberi riferimenti a forme di ritualità tribale, tessono, in forma quasi ipnotica, fili
di suoni ostinati e tappeti  ritmico-sonori per ricreare ambigue fascinazioni e interrogativi ai bordi di un fiume
che diventa mondo.

La componente percussiva e quella più vocale e cantata si contendono le chiavi interpretative ed esecutive del brano, aperto anche ad improvvisazioni con piccole percussioni.

In ricordo della Valle dell’Adda.

SSAATTBB

Veleno

Mediante il richiamo ad alcune espressioni dello Zarathustra di Nietzsche, il brano contiene figurazioni un po’ beffarde, canzonatorie, in linea con i tratti di derisione per i falsi valori del senso comune che caratterizzano il pensiero sfidante del grande filosofo tedesco.

SSAATTBB

“INCIPIT E COACERVI”
RACCOLTA DI CANTI

 

PER CORO MISTO

I

GLI SPARTITI

volume 1

Testacoda

Una prefazione tentacolare, abbondante e iperbolica a questo lavoro l’ho già scatenata in lungo e in largo senza alcuna modestia contenitiva nelle pagine del volume uno. Considerato che l’estumulazione archeologica dei miei manoscritti è un unicum indipendente dal numero di scavi e reperti che vengono alla luce, quella è e resta l’introduzione una volta per tutte. Così come mi appare esauriente e fondativo il pensiero scritto con cui motivo la messa al mondo di questo lavoro, e che ripropongo tale e quale in quarta di copertina.

Qui accompagno rapsodicamente l’ingresso nel secondo tempo con altre incaute digressioni in forma di pennellate e schizzi, fiotti, spruzzi, getti, spunti e sputi selvatici, pensieri di sottobosco e di rabbocco.

Avvio le mie confidenze su questa immaginaria porta d’entrata, spetalando fiori a caso che spuntano qua e là nel gran prato dei pensieri sul doppio, sul linguaggio imitativo e speculare, duale, della contrapposizione, e dunque della corrispondenza, argomento che mi ha sempre appassionato in giovane età, e di cui era ricco anche tutto il sacro humus dell’educazione cattolica, in fondo platonica, in tutte le forme possibili, da cui sono stato nutrito nei primi passi di vita. Non a caso la raccolta si apre con due canti per doppio coro, struttura imitativa che appare, in modo frammentario e improvviso, anche in altri titoli.

Probabilmente sul dualismo si sono edificati i mei acerbi pensieri, scolpiti su pietra tenera per educazione e per vie semplici e immediate: il bene e il male, il giorno e la notte, il maschio e la femmina, l’Yin e Yang e via discorrendo e credo che, per tenerli in vita, io li abbia anche resi oggetto di mie attenzioni tese però a tormentarli e reinterpretarli nelle loro varie versioni e maschere, seguendo qualche illustre simulacro (Il teatro e il suo doppio di Artaud, La dopppia via di Gottfried Benn), o rappresentandoli nei personaggi di alcuni miei libri: Alexandre Zoi e il suo alter ego in “Afonia”, Ilario del Verbenaco e Jonas in “Upper Lake”, Lara e Ivan in “La tristezza non esiste”, quest’ultimo scritto a quattro mani (altra forma del doppio) con Silvia Morlotti.

Ogni tentativo di affermazione della dualità, non può garantire stabili simmetrie, i binari non reggono al puro parallelismo, tramano deragliamenti, la convivenza con il doppio cova lo scardinamento delle porte per far entrare i bagliori della molteplicità, della disseminazione, della frantumazione, della complessità. Del sincretismo. Ho cominciato presto a scomporre la lapidarietà degli opposti dogmatici a favore della parodia, della rapsodia, della mescolanza.

Concettualmente, va da sé. A questo proposito mi piace ricordare che ho vissuto per anni fra le acciaierie della Stalingrado d’Italia dove la classica differenza fra la notte e il giorno era continuamente contraddetta, sfumata, ritorta, rappresentata e reinterpretata in metamorfosi continue e cangianti. Ma l’audace sfida alle coordinate per guadagnare la libertà di dilatarsi ed espandersi in più direzioni, può portare al dissolvimento? Ad altre frantumazioni?

In giovane età  mi aveva particolarmente attratto un testo di Gottfried Benn: “L’arte non è un rimedio alla scabbia, ma il chiarimento dell’uomo, l’esistenza quotidianamente oscillante su una freccia avvelenata.
Il fondo dell’uomo è malattia, inguaribilità la sua essenza…Poiché tutto muore, poiché tutto è più breve
della parola e del labbro che vuole pronunciarlo, poiché tutto si frantuma oltre il suo orlo, tanto lo dilata la mescolanza”

(Gottfried Benn – da “Querschnitt” in “Gesammelte Werke II – pag 78 – 79)

Un rischio da correre. Ho sempre preferito, per le coreografie dei miei pensieri e balli, seguire le geometrie della spirale, sebbene da bambino, sul pavimento scivoloso della sala di musica dell’asilo Montessori, con le mie pantofoline di panno ai piedi, cercassi di seguire passeggiando a ritmo con movenze di insetto, il filo dell’ovale disegnato a terra. Ma lo sapevano tutti, anche la suora che suonava il pianoforte, che non vedevamo l’ora che il pacato minuetto lasciasse il posto e il passo ad un improvviso pezzo ritmico, che ci consentisse di accelerare, scomporci, correre e pattinare, impazzire, uscire dal binario, soprattutto nelle curve più secche, per effetto della forza centrifuga e della cera tirata a lucido sul pavimento.

Non essendo musicista di professione o per fede o esclusività votiva e devozionale, non riesco a parlare dell’arte di giocare con i suoni, con cui ho sempre vissuto la reciprocità delle contaminazioni  (ma di questo ho già abbondantemente scritto), senza riferirmi ad altro, perché l’alterità è la traccia sempre presente nella “questità” che sembra bastare a se stessa. La musica è anche occasione buona per tentare di uscire dalle sue malie specialistiche. Uscire dal cerchio. Ecco lo spirito con cui ho dato un titolo a ciascuna delle sezioni di questo secondo volume.

Il cerchio è una figura finita, chiusa, e rischia di morire di fame una volta esaurite le riserve interne.
Nel circolo gli estremi si toccano? Si somigliano o si identificano?
No, uno divora l’altro? Giro giro in tondo, ma poi casca il mondo.

L’Uroboro, il serpente che divora la sua propria coda, è figura arcaica che chiude il cerchio e lo sigilla con la ciclicità. Non è un richiamo sorgivo che mi affascina oltre misura. Meglio allora la mitologica e taumaturgica serpe che si avvita sulla verga di Asclepio. Anche in arte, e tanto più nella musica, preferisco immaginare che il serpente mantenga la separazione degli estremi fino a renderli carichi di voluttà individuale e divergente. La testa che ha fame e divora o morde o avvelena, non è proiettata sulla propria coda. La coda, che anela al volo, alla frustata, al guizzo, alla concettualità, avverte il legame contorto con la testa, ma non nutre il desiderio di immolarsi in essa. La testa e la coda convivono, sono dentro
un mare di cerchi concentrici, fitti e infiniti, ma non ne assumono la logica.

Alla fauce, sempre più affamata, e all’estremità opposta, sempre più alata, resta l’istinto di fissare freneticamente punti nel cerchio vicino su cui trasferirsi, e avanti così, di cerchio in cerchio, costruendo una spirale. La testa insinua nei circuiti dei suoi transiti i desideri della forza centripeta, con cui far ruotare tutto verso il centro, alla ricerca del caos. La coda suggella invece il suo spostamento con l’idea dell’espansione continua, dell’elevazione, della dilatazione secondo le logiche della forza centrifuga.
È il frenetico gioco delle contaminazioni sulle linee di confine. Così il dualismo diventa instabile e l’istinto del rispecchiamento imitativo non si guarda più allo specchio ma cerca identità tra i frantumi riflettenti di una superficie andata in pezzi, per inoltrarsi verso altre forme di appartenenza, meno retoriche e più vitali, aperte alla meraviglia e alla sorpresa, in un continuo agitarsi del pensiero tra convinzioni logiche e suggestioni liriche, poetiche, senza inseguire forme dialettiche, ma solo occasioni di incanto, meglio se impreviste, in turbolento, mistico o scettico, balenare di sfide. O illusioni.

Esprimere mimeticamente senza copiare. Decifrare le tracce.

Sono convinto che la rotazione dei Dervisci, sia riconducibile a questi richiami.

Stringendo ulteriormente: vale anche per il canto. Si tratta di uscire dal cerchio, dal suo centro sicuro, dall’ordito delle sue misure stabili. Di più. Si tratta di sorprendersi a cantare sulle schegge, sulle macerie, non in luoghi perimetrati e circoscritti. Interessante il frammento di Edgar Allan Poe, estratto da “Berenice”, che ho poi inserito nel canto “Prometeo” mescolandolo con brevi frasi estratte da tragedie greche, presente in questa seconda raccolta: “And over all grey ruins of memory a thousand tumultuous ricollection of our early years are startled…”

Penso al frangersi di onde che spumano e sfumano, e che una volta ritiratesi sono pronte sì a ritornare per ripetere il medesimo gesto, ma non lì, bensì su un’altra battigia, un’altra scogliera. Solo la spirale consente di tornare in un “altro medesimo posto”, per inventare geografie inaudite.

In questa raccolta, ogni tanto sfioro sapori orientali, che si involvono su scale minori, richiami mediterranei a cui sono molto affezionato. Non so da dove provenga questa infatuazione, considerata la struttura del mio albero genealogico piantato nel Nordest nostrano. Fatto sta che già da bambino, in seminario, nelle ore di studio solitario al pianoforte, dentro una auletta riservata (vetrata, va da sé, perché Dio allora ti vedeva anche attraverso i muri, ma in un seminario i prefetti e i custodi dell’innocenza non erano in grado di farlo) mi accanivo, rapito, sulla esecuzione di scale orientali, venute su da chissà quale retroterra alchemico. Data l’età, non avevo ancora incrociato Franco Battiato,  i Malicorne, Tarkan, Kaled, Eric Serra, Alexandre Desplat… e tanti altri musicisti o cantanti toccati da orientalismo, per origini o contaminazioni, o per come io li ho fruiti in ipnotici ascolti.

Ovviamente per quelle clandestine scorribande seminariali sulla tastiera trascuravo e rinviavo lo studio e l’esecuzione dei compiti assegnati dal maestro, riguardanti pagine delle solite raccolte: Beyer, Pozzoli, Hanon… che tenevo esposte sul leggìo, giusto per depistare eventuali controllori in transito.
Pagine didattiche che poi mio padre, in anni successivi, avrebbe sfruttato per mettersi alla prova al pianoforte di casa.

Nel brano ”Bocca d’Ascesa” ho scomodato in modo frammentario anche un tratto esoterico di Edward Bairstow, compositore inglese di stampo liturgico coevo e conterraneo di Gustav Holst (entrambi sono nati nel 1874 in Inghilterra), musicista che compose una suite “astrologica” per orchestra (I Pianeti) a cui ancora oggi si attinge imitativamente (es. per la colonna sonora di Guerre Stellari di John Williams).

Alla spirale non manca nulla. È aperta, non è centralista, accoglie il centro solo come generazione o caos. Non sosta. È rizomatica, incontra molte essenze e cose, dallo sferragliare di un treno al latrare di un cane nella notte, un lutto e una rinascita, e tutta l’odissea delle gioie e dei dolori con il loro volto, ma stravolto e ridisegnato seguendo i riflessi dei frantumi dello specchio che siamo riusciti rompere. È sguardo che spazia sul paesaggio intorno dopo che abbiamo raggiunto la cima della nostra montagna di macerie ottenuta con la distruzione di ogni fissità, di ogni cattedrale edificata su luoghi comuni, di tutte le strutture che imprigionano il pensiero.

E così, ruotando avanti e indietro, avventurandosi nel vortice degli incontri ripetuti con ogni cosa in luoghi diversi, e ogni cosa non è mai la stessa cosa, affidando la cura delle ferite quotidiane alle proprietà della pelle di un serpente che rinuncia a mangiarsi la coda, si prova a dar vita a danze nomadi “come le zingare del deserto, con candelabri in testa o come le balinesi nei giorni di festa… come i dervishes turners che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali” (Franco Battiato: “Voglio vederti danzare”)

Anche in recenti progetti corali, alcuni realizzati in forma sinergica con altre formazioni corali e strumentali, e associazioni culturali di alcuni territori, (ricordo: Canta sed Ambula, Il graffio della Tigre Assenza, Il Villaggio visibile) ho cercato di viaggiare sulle tremule tracce di questi pensieri, per perdere aderenza con i terreni recintati, sbandare e slittare, ruotare in testacoda.

Renzo Bertoldo
Settembre 2024

Renzo Bertoldo

Settembre 2024

I testi delle canzoni "VOLUME 2"

Testi Dei Canti

Polarità del doppio e altri bagliori

PATMOS
Di Renzo Bertoldo. Per Daniela

Un viaggio vorticoso nel Dodecaneso,  alla volta dell’isola  Patmos, scaturigine di viaggi paralleli,
come folate di pensieri, soffi di indomabile vento cerebrale, mimesi del Meltemi

Verso Patmos
Dove riposerà questa mia povera barca?
Con la tempesta affronti la sorte, comprendi la fine dei giorni…

“ELOI ELOI, LAMA SABACTANI!”

Ma all’orizzonte ora io ti vedo, Patmos, isola a me sconosciuta,
questa mia povera barca è tua.
Così mi parli e riveli i misteri dei secoli,
poi diverrò puro spirito e nuova energia al di sopra del tempo.
Eccomi, grembo di Patmos, illumina e calma l’oscura tormenta,
senza più vincoli il soffio dell’anima mia respira la vita
Isole austere del Dodecaneso d’Egeo,
cullate sul mare la piccola Patmos.

Collina di Chora
Collina di Chora, canta con noi,
Libera i segreti dai sigilli di fuoco.
Tra le case bianche troveremo la grotta di Aghia Anna.
Collina di Chora, taci con noi,
libera i silenzi dalla tua fortezza.
Tra le pietre oscure varcheremo le mura di Aghios Ioannis Theologos.

Nel grembo di Patmos
E canterò visioni
e danzerò canzoni
e vestirò colori
disseterò alle fonti di Patmos,
la gola riarsa.
Ora non ho dolori,
ora non ho prigioni,
ora non ho ragioni,
ora io sono sorgente di Patmos
dall’acqua infinita.

Ayer
Testo estratto da: la voce a te dovuta, di Pedro Salinas
Musica di Renzo Bertoldo

Il corpo narrato a fior di labbra, per spaesarlo e confonderlo

Ayer te besé en los labios.
Te besé en los labios. Densos,
rojos. Fue un beso tan corto,
que duró más que un relámpago,
que un milagro, más.
El tiempo
después de dártelo                                  
no lo quise para nada ya,
para nada
lo había querido antes.
Se empezó, se acabó en él.        
Hoy estoy besando un beso;
estoy solo con mis labios.
Los pongo
no en tu boca, no, ya no…
-¿Adónde se me ha escapado?-.
Los pongo
en el beso que te di
ayer, en las bocas juntas
del beso que se besaron.
Y dura este beso más
que el silencio, que la luz.
Porque ya no es una carne
ni una boca lo que beso,
que se escapa, que me huye.
No.
Te estoy besando más lejos

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla ormai,
a nulla era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.
Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura, questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

Echi di altri sacelli

Frammenti
Testi estratti da “Canti ultimi” di D. M. Turoldo
Musica di Renzo Bertoldo

Mistiche suggestioni ai bordi dell’abisso

da: “Ultimo atto della sua onnipotenza”)
Oh, quanti cercate siate sereni,
Egli per noi non verrà mai meno.
… e lui stesso varcherà l’abisso…

Da: “Ripeto”
E’ la notte la mia luce, è la notte la mia gioia
vera fede è il non conoscerti
e sapere che tu mi conosci
fa di me la mia essenza.

Genezaret
Di Renzo Bertoldo
(Liberamente ispirato al Vangelo di Luca 5, 4-10)

Sciabordio di ricordi sul mare di Galilea

Oh… con vecchie barche salpare,
cercare fortuna pregando la luna,
a Genezaret.
L’antica rete che segna la mano,
mi porta lontano
s’ immerge, pian piano.
Oh…con vecchie barche tornare,
non c’era fortuna,
non c’era la luna,
a Genezaret.
Mentre il mattino si apriva su quel mare,
un uomo sulla sponda chiedeva di sperare,
sfidare ancora l’onda…
…io rimasi ad aspettare,
cercando una risposta…
li vidi ritornare e raggiungere la costa.
Grande era il dono delle reti,
io speravo di capire, di cogliere i segreti,
lo vollero seguire.
Oh, Genezaret,
lago delle mie inquietudini,
chi era mai quell’uomo?
E dove sono andati gli amici miei, i più cari?
Oh, Genezaret,
lago delle mie inquietudini,
che cosa faccio adesso?
Vorrei dimenticare, riprendere a pescare…
…ma quell’antica rete
ora segna anche il mio cuore.
Genezaret

Santo
Testo tradizionale – Musica di Renzo Berldo

Santo, Santo Santo, il Signore Dio dell’universo
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria
Osanna nell’alto dei cieli
Benedetto colui che vien nel nome del Signore
Osanna nell’alto dei cieli

Tutt’altro che favole

La ballata delle corti
Di Renzo Bertoldo

Angoli della vecchia città, cantati e trasfigurati dalla luna

Quando le corti si trovano insieme,
quando le corti si danno la mano
torna il sapore del gelso e del grano
torna il sapore donato dal seme…
Balla bella Rabina con Novella, Baragiola,
Balzarola, Torretta, Bergamina, Mulino Tuono, Pelucca, con Rubina,
Colonica, De Gatti, Baragia e Balzarola, Colombo…
nella ballata delle corti.
Nella città che dorme,
danza la luna su queste orme
una piccola festa
nascosta nella città.
Ecco le vecchie mura
sfidano ancora il tempo
sfidano ancora l’uomo
che costruisce nella città.
Quando le corti riposano a sera
quando le corti raccolgono il sole
ritornano storie di vecchie parole
tornano e incantano come chimera…
Balla bella Rabina…
Nella città che avanza
cerca un sorriso anche questa danza
una piccola festa
nascosta nella città.

La valle di Tulipana
Di Renzo Bertoldo

Libera spremitura iconografica dal testo di una antica fiaba lombarda *

Storia tanto lontana come la valle di Tulipana…
Questa è la storia tanto lontana, come la valle di Tulipana.
Valle che intona antiche illusioni, vecchi sentieri, nuove canzoni.
Valle di terra rossa e di corallo come sangue al vento.
Valle dell’avventura e Tulipana non ha più paura.
Valle promessa e sogni e Tulipana ha gli occhi grandi e buoni.
Tulipana il tempo è poco e la tua valle forse è solo un gioco!

* “Tulipana”, da “Lggende e Racconti popolari della Lombardia”, a cura di Lidia Beduschi

Per aspera ad astra
Di Renzo Bertoldo

Giostra di multiformi citazioni

Ad magna gaudia perveniri non potest nisi per magnos labores
Le grandi gioie non possono essere raggiunte se non attraverso grandi fatiche

Non volat in buccas, assa columba tuas
Non ti salta in bocca una colomba arrostita

Non est ad magna facilis ascensus
Non è molto facile salire

Nullus dolor est quem non longinquitas temporis minuat ac molliat
Non c’è dolore che la distanza del tempo non attenui e addolcisca

Per aspera ad astra
Attraverso le asperità fino alle stelle

Adversity is the shool of wisdom
Le avversità sono la scuola della saggezza

Piccolo sogno d’inverno
Di Renzo Bertoldo

Suggestioni e fremiti in grembo alla nevicata del 1985

Ialalalla…
Notte di bufera, notte di freddo e sogni
Dorme ancora la città’, dorme sulla pianura…
Occhi di ghiaccio, mani di neve,
stringimi forte che danziamo insieme.
Corri nel vento giovane regina
Fiocco di sogno, dov’è il tuo regno?

Ialalalla…
Presto il mattino arriverà
E sveglierà la gente
E poi dalle finestre questa pianura sognerà
…Occhi di ghiaccio, mani di neve,
stringimi forte che danziamo insieme
Corri nel vento giovane regina,
fiocco di sogno, dov’è il tuo regno?

S’i fosse foco
Dal sonetto di Cecco Angiolieri (Siena 1260-1313)
Musica di Renzo Bertoldo

Riflessi sui cocci vitrei dell’ironia

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti i cristiani imbrigarei;
s’i’ fosse ’mperator, ben lo farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Graffiti d’altre città

Bocca di fuoco in Oedipus Pa’
Di Renzo Bertoldo
Con un inserimento testuale e melodico estratto dall’ultima sequenza
della sceneggiatura del film “Edipo re” di Pier Paolo Pasolini

Nel ricordo delle scene finali di “Edipo Re” che Pier Paolo Pasolini decise di girare tra le fabbriche
di Sesto San Giovanni nell’estate del 1967

Bocca di fuoco ti incanta alla sera
con la sua preda di vecchio ferro
che lentamente si lascia morire
aprendo nella notte un ultimo grido
di luce

Prima di essere nuovo corpo
che prende forma in questo grembo
prima di cedere scorie bollenti
portate lontano a cantare … oh

…Guarda, guarda, Oedipus Pa’, con la tua cecità…
“Enormi, piatte, lievi fabbriche all’orizzonte di un mattino sereno del nord.
Semplicità di antiche chiese, e gente che aspetta a fermate lontane, lontane…
Ragazzi giocano in un campo in quell’ora popolare, la musica è significazione di ogni cosa”.

Bocca di fuoco ti guarda al mattino
manda segnali dal suo camino
sopra le fabbriche
il cielo si impregna
dell’alba nuova e di una sirena
che chiama …

Chiama a gran voce senza parole
tace respira suona ancora
ruba i pensieri che trova per via
rincorre cavalli di fumo
sempre più in alto.

Guerriero
Di Renzo Bertoldo

La fine del tempo delle fabbriche

Nel sole rosso del tramonto
Tutto diventa scuro all’orizzonte
E tu guerriero, ruggine del tempo,
Ti senti solo col tuo pianto.

Oh, guerriero, gran guerriero
Perché a sera piangi?
Voglio un cavallo e l’armatura
Datemi guerra ed avventura
Senza il fuoco senza il fumo non sono più nessuno…

Col sole rosso il giorno se n’è andato
Resta nell’ombra il mondo addormentato
E tu guerriero senza una stagione
Cerchi nell’aria l’ultima canzone

Prometeo
Da frammenti testuali di antiche tragedie greche
Musica di Renzo Bertoldo

Oltre le macerie, verso un orizzonte tracciato al di là del tempo, fuori dalle mappe

(1) polla ta deina  kouden anthropou deinoteron pelei
(Pullula mistero, nulla è più inquietante dell’uomo)

(2) Pasai technai brotoisin ek Prometheos 
(tutto ciò che gli uomini conoscono proviene da Prometeo)

(3) All’ekdidaskei panth’ho geraskon chronos.
(Il tempo maturando insegna tutto)

(4) Techne d’anankes asthenestera makroi 
(l’arte, la tecnica, è troppo più debole del fato, della necessità)

(5) iou, iou, ta pant’an exekoi saphe
(Ahimè, come tutto è diventato chiaro)

1 da ANTIGONE di Sofocle
2,3,4 da PROMETEO INCATENATO di Eschilo
5 da EDIPO RE di Sofocle

“Cadono i muri e mettiamo le mani nei tecnicismi di riti anonimi
nei palinsesti con riti friabili: fuoco nel più rarefatto ossigeno
ciascuno in giro col suo bell’esercito contro i fantasmi degli dei. . .

… and over all gray ruins of memory a thousand tumultuous recollection
of our earlist years are startled …
(sopra tutte le spente macerie della memoria, mille tumultuosi ricordi dei nostri anni acerbi si ridestano)

Tramontana
Di Renzo Bertoldo

Mutazioni e metamorfosi nel grembo alchemico di un villaggio tra i forni delle acciaierie

Rosso è il mattino che viene…

Giorni e giorni diversi
su strade di fumo
e il sole non trova
il suo posto nel cielo
vorrei Tramontana
il vento alle porte …

Anche stanotte albeggiava

Scorie e scorie d’inferno
rumore infinito
e il cuore non trova
il suo posto sicuro
vorrei riportare
il silenzio alle porte

Sulla miniera di fuoco…

Sogni e sogni dispersi
nell’ombra del fiume
ma questa è la casa
del nostro racconto
e voglio pensare
al bene che resta.

Fantasmi d’altri mondi

Bocca d’Ascesa
Di Renzo Bertoldo
Contiene citazione musicale da “Let all mortal flesh keep silence”
di Edward Cuthbert Bairstow (Inghilterra 1874 – 1946)

Rotazioni evocative della mente lungo una spirale, per incontrare medesimi luoghi in luoghi diversi

Bocca d’Ascesa, senza le parole: sospesa,
eterno destino di nude cose, la pelle graffiata
dagli artigli di un arcaico suono
che muto le incalza, mito dell’ultima ora.

Ma all’estremo confine di fabbriche dismesse,
su disseccati giacigli, in veste di fumo
le cose riappaiono sprezzanti d’ogni grinfia.

Bocca d’Ascesa, estasi di un vagheggiare vano,
Rocca d’Asceta, maschera d’altra eloquenza
Derviscio di puro pensiero rotante,
turbine tra girasoli danzanti.

Die Nacht
Di Renzo Bertoldo

Attraversando tempestose e poi quiete acque di un fiume notturno, Stige tenebroso screziato di echi sinistri e poi di ipnotiche e stranianti nenie

E’ già alle porte di casa mia,
è già quì e fa paura,
è di onice nera.

Bei Nacht und Nebel (con il favore delle tenebre)
die Nacht bricht herein (è scesa la notte
Au coeur, au coeur de la nuit…(nel cuore della notte)
Die Nacht, Die Nacht (la notte, la notte…)
Noche oscura, ma nuit…(notte oscura, notte mia)
…and this night has opened my ayes (e questa notte sta aprendo i miei occhi)

Sta già affilando i suoi occhi alteri,
è lo sguardo del buio,
è di ebano nero.

Lullaby, lullaby, lullaby (ninna nanna)
Cantiga de ninar, Schlummer Lied (canzone per addormentarsi)
Cancion de cuna nana (canto per una ninna nanna)

Tanarfango in tango
Di Renzo Bertoldo

Sogni e ricordi dell’alluvione sulla piana del Tanaro del Novembre 1994.
Giri di tango in acque torbide straripanti sugli uomini

Del Tanaro io canto,
la furia del suo fango,
dimentico il dolore e mi perdo in un tango:
del Tanaro e del fango…

O velenosa coltre di fango,
con il tuo laccio umido
mi hai stretto la gola,
appeso crudelmente fra gli altri relitti,
sulla piana del Tanaro…

Quando nel buio profondo io cerco l’oblio e il mio sogno più illeso
vorrei addormentarmi e vedere che il fango svanisse d’incanto
in un mare di “nitta” dorata, di “limo” del Nilo…
perché questo nodo si sciolga e possa volare sul fiume notturno
mi scuotono, un incubo e un brivido… vorranno destarmi?…
ma resto nel sogno…
mi stendo su fertili zolle trovando riposo
o come una canna palustre in acque tranquille affondo le mani.

Ma poi mi sveglia, implacabile, il giorno
e conduce alla porta di casa la smorfia di mummie scarnite,
e provo sconforto, mentre rammento nel fango
il peso del poco rimasto.
Del poco che sono.

Voci del porto
Di Renzo Bertoldo

La rinuncia a terminare il viaggio

Nel Porto del Silenzio questa vela
ormai non respira più
il vento è andato via.

Ora resta solamente l’orizzonte da guardare,
la mia storia dentro il mare,
e m’imbarco con la mente sul veliero dei ricordi,
verso i miei viaggi, i miei naufragi,
con trafficanti e mercenari…
E ritorno con la mente al mio porto, al mio presente,
mi sorprende il desiderio o il ricordo dell’amore,
ma quest’acqua in cui mi specchio
dice: dormi che sei vecchio.

E vorrei tornare dove il vento soffia ancora…

…Vento, che risuoni come una dolce sinfonia,
non abbandonare questa stagione.
E così sia.

“INCIPIT E COACERVI”
RACCOLTA DI CANTI

 

PER CORO MISTO

I

GLI SPARTITI

volume 2

Sopravvento

Mia madre mi diceva spesso: “no te ghè tute le fassine al cuerto”, a sostegno dei suoi tentativi di spegnere
le mie eccessive frenesie mitopoietiche del vivere quotidiano multidisciplinare e indomito. Ma il fatto
di sentirmi apostrofare come uno che non si cura di mettere al coperto la propria legna non mi disturbava. Volevo avere con l’immagine della legna un rapporto eclettico, e farla bruciare secondo altre logiche, meno combustibili e più fumose.

Già Emanuele Severino sulla legna e la cenere mi aveva educato ad un pensare più inaudito.

Nella mia avventura corale, fin dagli esordi, mia madre era l’unica della famiglia a non essere coinvolta, nonostante da “ragazza” cantasse con ottima voce di contralto, come da testimonianze parentali
e altri indizi suggeriti dalla dotazione familiare del patrimonio genetico. Avevo però imbarcato sulla zattera della mia sirenica odissea, mio padre e mia sorella, senza fatica, considerato che non avrebbero potuto non cantare, o rinunciare di salire a bordo: questioni di sopravvivenza personale e della specie.
Mia madre, arroccata sulle alture della sua posizione periferica, giocava comunque di sponda per sostenere la compagnia cantante, e riservava a me richiami e inviti a moderare entusiasmi, usi e abusi del mio balocco sonoro, della mia boite a musique (ammonimenti rivolti in realtà anche a mio padre quando ripeteva
al pianoforte i fatidici esercizi dalla raccolta preparatoria Beyer).

Ripenso alla frase di mia madre sulle fassine al cuerto anche quando ritorna riflessa, pur deformata o in differenti vesti linguistiche, dentro le parole di altre persone, per esempio dopo una prova corale estenuante, o in contesti in cui manifesto i tratti più ostinati delle mie posture eclettiche, o provoco
la pazienza altrui con ostinate sfide speculative, spesso frutto di mie forme di separatezza semantica
dal mondo ufficiale, esito del mio docile antagonismo che nella sostanza è irrevocabile, pur  nelle forme concilianti e mediatrici, non prive di permalosità nell’esercizio del distinguo critico tenacemente nutrito nel pensiero e nella prassi, fin da piccolo.

L’altra mattina, come ormai capita quasi sempre, ci ho messo un’ora per raggiungere l’ufficio. In viaggio, chiuso e protetto nella mia camera anecoica a quattro ruote, il Collegium Vocale Gent di Philippe Herrewege, via USB, si confermava, per le mie orecchie, vincitore della sfida con l’Hilliard Ensemble rispetto
a esecuzioni dei madrigali di Gesualdo. La chiarezza affilata, la pregnanza dei tormenti armonici
e dei cromatismi disperati sul sesto libro ha avuto il sopravvento sulla maggior ieraticità e compostezza
dei britannici sul quinto. Ma non è da escludere che nei prossimi mesi la classifica si ribalti e io abbia bisogno di arrotondamenti e penombre. Importante è che non manchino i brani del Contrafacta di Lorenzo Donati registrati dal UT insieme vocale consonante, i canti sacri dell’eclettico Carlo Pedini, non solo musicista,
ma anche scrittore di tormenti ed estasi e parodie sui romanzi di Thomas Mann. Nel traffico impazzito non mi resta che immergermi nel flusso di fili intrecciati o contrapposti di arazzi vocali, spogli o arabescati, pronti a trasformarsi in tappeti volanti, mezzi di locomozione alternativi a quello che mi trasporta
e che guido, prove d’autore, frutto di autarchie luminose e illuminate, o solipsismi magistrali,
in cui cogliere anche smagliature, pensiero dissidente. E c’è tempo per ritagliare intervalli affidati
agli audio di Marco Canziani su Severino. Al Canziani potrei rivolgere io la frase sulle “fasine al cuerto”.

Questo spaccato infinitesimale, un minuscolo frammento estratto dalla ben più contorta matassa
dei miei momenti di “ascolto” rubati alle lunghe transumanze giornaliere su asfalti e rotte pendolari, non ha niente a che fare con la prassi che mi attende dopo gli sbarchi. Musicalmente, professionalmente, arbitrariamente, nella vita faccio altro e di più ordinaria rilevanza, ma mi nutro di una stravaganza allusiva, persuasiva, meglio: illusoria, dei prodotti di altri specialisti dell’arte e del linguaggio, in cui vedo riflesso qualche mio frammento ancora vitale e riservato. La passione per l’eclettismo passa attraverso la suzione di una rigorosa selezione di tali forme di poiesis, che aiutano il mio pensiero a collocarsi su linee di fuga, utili per consentirmi di stare al mondo a modo mio. Poi vai a capire come funzionano le contaminazioni tra la vita di tutti i giorni e il represso o inghiottito che risale, come l’acqua nelle risorgive (mia vecchia immagine a cui ricorro spesso: già in “Banchi di nebbia” scritto nel 1996).

Indubbiamente credo, come molti altri, al dilettantismo consapevole, alle potenzialità della Fringe Art, una sorta di nonchalance produttiva, che gravita intorno al sapere non specializzato, ai fuoripista
del gioco eclettico che porta lontano dal professionismo e da ogni esperienza estetica definita.
Sono affetto dal dilettantismo che si prodiga per la deviazione e la discontinuità intese come forme
del sapere. Senza fondare scuole, si tratta di vivere il nomadismo deleuziano della deterritorializzazione mediante ricorso a tecniche marginali ma esigenti, idee provvisorie, strumenti imperfetti con l’euforia
per l’atto elementare, spesso istintivo, per esistere accanto alle cose. Gesti di fedeltà compiuti come un rito
domestico, che non rinuncia a parvenze sciamaniche, frutto soltanto di  inspiegabili necessità.

Con il terzo volume di “Incipit e Coacervi” chiudo la raccolta, “monstrum” bonario a tre teste.
Questo introibo è dunque necessariamente e contraddittoriamente quello della coda di un trittico, un ite missa est, che faccio pronunciare dal celebrante all’ingresso dell’ultimo atto, il game over di una reminiscenza di segni. Lo scrivo senza sentirmi in obbligo di dare un qualche seguito alle prefazioni precedenti,
pur impegnandomi a non ripetermi. Certo, avrei potuto astenermi dall’anteporre altre parole alle pagine di musica che sono il cuore della pubblicazione, ma per come io godo a mimetizzarmi e saltabeccare
qua e là in groppa alla grafomania, mi va di farlo a prescindere da considerazioni varie che vanno in ombra appena si fa avanti l’occasione di scrivere o commentare. Anche in assenza di un motivo particolare.
Mi fanno sorridere gli autori che dicono di aver scritto perché avevano qualcosa da dire. O c’è un’urgenza che si confonde con le funzioni vitali o meglio che non ci s’affanni. Non ho dichiarazioni speciali
e definitive da porgere, o affermazioni tentate dalle opportunità del veleno in coda. Si può scrivere anche solo giusto per il gusto. Tenendo poi conto che la costruzione in progress dell’antologia in tre tappe
non ha seguito una mappa precisa, e neppure logiche costruttive o cronologiche, perché presenta sintomi di una beata casualità che non è opportuno nascondere, un’estrazione random dei manoscritti dai miei raccoglitori.  Spesso nel mettere in fila i canti ho seguito semplicemente l’ordine dei fogli pentagrammati che man mano si rivelavano più leggibili, e riuscivano più docilmente a lasciare i panni amanuensi
per vestire quelli digitali, considerata la necessità di dare istruzioni a chi mi ha aiutato a materializzarli
in altro corpo, e guadagnare tempo sugli originali più selvatici. Un senso aggiuntivo e postumo della logica con cui i canti si sono messi insieme e in fila l’ho trovato comunque, ricavato col senno di poi o cammin facendo. E non è mai il medesimo. E per me va benissimo così. Si sa che del senno di poi sono piene
le fosse, ma non scampano alla sepoltura neppure quelli con tanto senno di prima. Le cose che si fanno
con il senno di prima, prima o poi vengono messe in discussione con quello di poi. E dunque i frutti del prima e del poi sono figli dal tramestio imprevedibile dei giochi di ruolo o in mano a funamboli, sbandieratori e giocolieri del gran circo, quali noi siamo.

In assenza di uno specifico progetto originario, a parte le intenzioni che millanto, pari pari anche
in questo volume in quarta di copertina, ho assegnato a questa prefazione il compito di svuotare sulla pagina i risultati di ultime ricognizioni postume, rilievi, trasalimenti improvvisi, confessioni, falsità,
per creare una mia rappresentazione e arrivare a fingere una dichiarazione di rispondenza a qualche gran paradigma. Detto questo, non apro questo terzo volume con parole dedicate al suo specifico contenuto, ma tergiverso in media res, mantenendo quel moto ondivago del pensare che cuce, rabbercia, unisce,
poi spacca e ricuce o rattoppa, su e giù per i tessuti che vuole indossare.

Mi metto sopravvento, per cercare l’impatto con masse d’aria provenienti da luoghi cerebrali che ho intensamente vissuto con la penna in mano a scrivere musica, così che le folate scarichino sul versante
che porgo al loro arrivo tutte le secrezioni possibili, prima di lasciarle andare via secche e spremute dall’altra parte dell’isola montana di cui ho preso le sembianze, e che scavalcano perché mi sono messo
di mezzo. Operazione che non ha limiti, volendo si può infatti tranquillamente e solitariamente imitare
un intero arcipelago e cambiare continuamente posizione, per mungere a lungo e più volte il passato ventoso,
con i trascorsi di cui ci resta in mano una qualche evidenza, un’incisione rupestre, un graffito, un “relitto fonico visivo” (direbbe Guido Morselli).

Ho scritto musica in un variopinto delirio di militanza sociale e filantropica, con tutti gli entusiasmi
e gli equivoci del caso. La coralità risultante che andavo tracciando in punta di penna era l’eco di anfratti sotterranei e segreti, dove si depositava il residuo dei fuochi quotidiani,  la cenere della consunzione
dei moti dinamici del fare e del pensare, della testimonianza attiva, dello slancio vitale liturgico e rituale, un subconscio sacro e austero dove si distruggevano le trame e gli atti dovuti, e si muovevano i balbettii dell’indicibile, i richiami che organizzavano clandestinamente l’ammutinamento dal fervore pragmatico, dell’operosità comunitaria, per travestirsi da fantasmi di inattualità.

Saturo di attività e di affollati crocevia, di corresponsioni e prestazioni, vestivo i sacri abiti dell’aruspice, perché il prete mancato potesse trasformarsi in musico centrato, impugnavo il lituo degli àuguri, e provavo a fondare altri luoghi e città invisibili, dove l’agire e il tramestìo potessero decantare, e il pensiero cantare, anche istintivamente, e voluttuosamente. C’è un brano in questo terzo volume., “Tetralogia del Templum” che ben si presta a ridisegnare una corrispondenza delle sue origini perdute, mediante una ricostruzione arbitraria, quindi inaffidabile. Procedure con la quale potrei passare in rassegna tutti i canti.
Ecco la sua planimetria secondo il responso aruspice:

Ma si deve ammettere che quando fantasticherie e moti dell’interpretazione prendono il sopravvento
su altre, ecco che si cede al segno (una variante del sogno), secondo i codici della poiesis, dell’espressione, convinti della potenza di mostrare il nascosto, traendolo dall’abisso, quindi tradendolo in superficie,
per ossidazione. Nell’atto stesso di appropriarci di un’intuizione, chiamandola per nome, per ricondurla a un significato, con la forza di una parola o un suono, giustificati da una fantomatica e indiscutibile ispirazione, finiamo nell’assordante mondo dei tentativi di cattura del vero, euforizzati dall’idea
di catturare prede libere, anche se si tratta della caccia a streghe replicanti, costruite ad arte nei nostri laboratori linguistici, messe in cattività dentro riserve per la soddisfazione programmata del desiderio.
La cattura del represso, direbbe Francesco Orlando. Il mondo della musica e dell’arte è pieno di espressività impagliate, vive a comando, e appassionanti resoconti di safari vissuti dentro le più disparate ricostruzioni del mondo.

Devo ammettere di aver sempre coltivato tenacemente e caparbiamente una maniacale (patologica?) dedizione alla separatezza da conventicole e convergenze dogmatiche e accademiche, dalle concrezioni di linguaggi monumentali, dalle cattedrali della sovraespressione umana organizzata e costituita
oltre misura, dove la forza, la struttura, il senso comune, la centralità di proposizioni ben codificate e auto espansive che poi si mangiano tutto e creano il mezzo gaudio, producono il consenso di massa, e l’infilata di adoratori e partecipanti. E dunque sono refrattario e guardingo (ma non ostile e insensibile, anzi)
anche alla retorica della musica. Sempre affascinato dai grandi pensatori che l’hanno abbandonata,
non senza sanguinare (come Nietzsche, Severino, Savinio che arrivò a scrivere nella sua “Scatola sonora”: “… mi sono allontanato dalla musica nel 1915, all’età si ventiquattro anni, per paura.
Per non soggiacere al fascino della musica. Per non cedere totalmente alla sua volontà.
Perché avevo
sperimentato su me stesso gli effetti deprimenti della musica. Perché da ogni crisi musicale io sorgevo come da un sogno senza sogni. Perché la musica stupisce e istupidisce.
Perché la musica rende l’uomo schiavo… l’uomo ama sentirsi schiavo: sottomesso a una schiavitù fisica
insieme a una schiavitù metafisica, quale la musica eccellentemente dà).
Ma di cose simili a queste ho già ampiamente scritto.

Abito un arcipelago per la messa in atto di forme di isolamento affollato. Me lo sono chiarito tempo
fa anche con endecasillabi danteschi:

“Vibro all’unisono col vostro canto,
vi colgo nel profondo, in ogni fibra,
quanto a star con voi: non più di tanto;
non perché io sia colui che denigra:
il piacere è sincero, il plauso vero,
ma resto fedele al pensier che migra”

Ciò non toglie che non mi sottraggo e agisco di rapina, mi avvicino al mainstream della musica, corale
e non, fin dove posso trarre alimento senza dovermi necessariamente sedere a tavola e conversare.
L’ascolto e lo studio, per lo più anacoretico, sono pratiche a cui mi dedico costantemente. Sono un fruitore seriale del prodotto, che consumo su una struttura di analisi complessa e multidisciplinare, che privilegia la ricerca filosofica. A discapito di altro, va da sé. Ma questo mi dispensa dal dover entrare direttamente, anima e corpo, nella catena di produzione, e avere troppi compagni di lavoro, o capireparto, o aderire
a modelli organizzativi certificati, dunque di pensiero ufficiale. Certo, mi piace il contesto corale amatoriale, l’autoproduzione, pur modesta che sia, e il sapore quotidiano in cui si deve provare a sfidare l’ovvio. Ma è così per ogni cosa che faccio: cerco un’educata autarchia.

Mi attira la letteratura potenziale. E la dissacrazione linguistica, e l’inaudito che tiene in allarme
le proprie convinzioni. Quando mi sono imbattuto ne “Il Lonfo” di Fosco Maraini, ho reagito d’istinto in pochi minuti con un mio testo inventato lì per lì al tavolo di un caffè, dove mi sono fatto echeggiare
in testa inflessioni e cadenze del vicentino occidentale che sentivo rimbalzare in casa, da mane a sera
fin da bambino.

Parole imitative, anche inventate

Fà de mànco

Fà de mànco a striàrte la smèmola,
càgnete el torso, pitòsto.
Contèntate de gnénte, e anca màssa.
E se la rògna la te scalògna,
impìchete ‘ntel loamàro.
Sbotónete el cicognàro
Bruto fiòl d’on nàno ràro.

Per farla breve, e per abbandonarmi a citazioni che in questi giorni risuonano fra le scogliere
del mio spumeggiare di onde in arrivo da chi sa dove, devo affermare che questa manciata di canti scritti
in anni di maggiore beata incoscienza, è un coacervo di oggetti desueti, recuperati mentre il mondo cambia vertiginosamente, dissotterrati per esumazione, portati a forme di transfer, dove riconoscermi affettuosamente e pienamente per lontananza. “Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti” recita il sottotitolo del rapinoso e sinfonico libro di Francesco Orlando “Gli oggetti desueti
nelle immagini della letteratura”, commentando il quale Claudia Zunino scrive: “nell’insonnia della vita la materia si replica senza sosta in varianti progressive. Il mondo annega negli oggetti, e così la cosa di oggi è scarto del domani. Realtà inutile, invecchiata, la si liquida sul ritmo del desiderio infinito. La materia che non dorme
mai si rigenera nella trasformazione continua e butta fuori detriti, oggetti abbandonati, relitti. La letteratura
è come un catalizzatore che attrae lo scarto della storia e ripropone l’oggetto abbandonato, carico di represso,
in una sede immaginaria. La letteratura raccoglie, differenzia, rielabora. E archivia. Perché “il tempo
logora e nobilita”.

Il mio canto “Prometeo” inserito nel volume 2, si conclude con una danza recuperando e parodiando Allan Poe in “Berenice”: “And over all grey ruins of memory a thousand tumultuous recollection of our earliest years are startled”.

Ed è la raffica conclusiva che sento risuonare da questo scoglio, prima di chiudere.

Renzo Bertoldo

www.renzobertoldo.com

Giovedì 27 novembre 2025
Anniversario di matrimonio dei miei genitori

 

Renzo Bertoldo

Gennaio 2026

I testi delle canzoni "VOLUME 3"

Testi Dei Canti

…del Liturgico

Agnello di Dio
Renzo Bertoldo
Testo liturgico

Agnello di Dio che togli
i peccati del mondo,
pietà, pietà di noi.
Agnello di Dio che togli
i peccati del mondo,
dona a noi la pace,
dona a noi la pace.

Alleluia
(da Isaia 55, 10  11)

Alleluia
Come pioggia oppure neve,
prima di tornare in cielo
donano alla terra la fertilità…
Così ogni mia parola,
non può fare a me ritorno
prima di fiorire, nell’umanità.
Alleluia

Canta sed ambula
Renzo Bertoldo
Da S. Agostino e da un tema del concerto per pianoforte e orchestra di Scriabin

Modo ergo, fratres mei, cantemus,
non ad delectationem quietis,
sed ad solacium laboris.
Quomodo solent cantare viatores; canta, sed ambula;
laborem consolare cantando, pigritiam noli amare;
canta et ambula. 1

1 Perciò, fratelli miei, cantiamo anche ora, non per godere la quiete, ma per confortarci della fatica. Cantiamo come fanno i viandanti: canta, ma cammina; come per alleviare la fatica cantando, ma senza amare la pigrizia; canta e cammina.

Come un soffio
Renzo Bertoldo
Dal libro di Qoelet

Tutto è come un soffio di vento, tutto è vanità.
…Ricordati…

Si alza da levante il sole del mattino
Scende giù a ponente sul fare della sera
Gira il vento e l’acqua, l’acqua di sorgente
Corre verso il mare, che non si riempie mai.

Tutto è come un soffio di vento…

Se l’uomo si affatica per tutta la sua vita
A cercare invano e con avidità
Facili ricchezze, cosa resterà
Di ogni suo guadagno, di ogni vanità

Tutto è come un soffio…

Ricordati di Dio, del tuo Creatore,
ama con il cuore, distingui il bene e il male
ogni cosa passa, fuggono i tuoi giorni
figlio mio ricorda che tutto è vanità.

I tre Re dell’oriente
Renzo Bertoldo
Elaborazione di un canto tradizionale siciliano

I tre re dell’Oriente, quando intesero la nuova
che era nato il Re potente, non sapevan dove fosse.
E si posero in cammino per trovare il re bambino

Una stella su nel cielo che faceva un gran splendore
Tra la notte, il freddo e il gelo, per trovare il Signore.
Nel profondo dell’inverno, per trovare il Verbo eterno.

Salve Regina
Renzo Bertoldo
Testo della tradizione

Salve Regina nostra, salve!
Madre misericordiosa, salve!
Vita, dolcezza e speranza nostra, salve!
Noi ricorriamo a te Maria, esuli figli di Eva.
Tu rivolgi a noi gli occhi dell’amore avvocata nostra.
Guardaci, oh Maria!
Dopo questo esilio mostraci tuo figli , frutto del tuo grembo.

Figlio Tuo benedetto Gesù Cristo.

Signore pietà
Renzo Bertoldo
Testo liturgico

Signore pietà, Signore pietà.
Signore, Signore, Signore pietà!
O Cristo pietà, o Cristo pietà.
O Cristo, o Cristo, o Cristo, pietà!
Signore pietà, Signore pietà.
Signore, Signore, Signore pietà!

Laud’antan
Renzo Bertoldo
Antiche laudi. Testo in calce allo spartito

… del mitologico

Aiôn
Renzo Bertoldo
Stoicamente affrancati dalle insidie di Chronos, oltre il linguaggio, suggestionati da Eraclito

Da qui, da qui..
Il tempo è già un’idea, un logos di parole nuove

E da quassù..
Il tempo è una marea, un vecchio che
è insieme bimbo e madre

Di un fanciullo è il regno
frutto eterno del suo gioco.
Evoco Aiôn, attimo puro,
la vastità, senza più Chronos

Giorni, settimane, mesi … what time is it?
Passano le ore… que l’oeur est il?
Sciamano minuti minimi… e tic e toc
Scoccano  secondo e secoli… Auf Wiedersehen

O fuoco del cosmo, che eri, che sei e sarai
o fuoco vivente, o fuoco per sempre.

Echi d’Eschilo
Renzo Bertoldo
Dalle ricognizioni filosofiche di Emanuele Severino sull’Orestea di Eschilo.

Da Melville

For genius all over
The world, stands hand, in hand.
And one shock of recognition
Runs the whole cicrcle round 1

Se il dolore che getta nel gorgo della follia
Deve essere cacciato via con verità
Allora, soppesando ogni cosa con un sapere che sta,
e non si lascia smentire,
non posso pensare che all’uno e alla totalità

Questo è il culmine del pensiero, il sommo rimedio…
E le potenze di Urano e di Crono, sono vinte, e per sempre.

Il sopraggiungere della verità salvifica
è il dono del sommo principio che ha la potenza su tutte le cose

e che sta saldamente sul suo sacro trono

1 I geni di tutto il mondo sono collegati e si riconoscono istantaneamente e profondamente, come se fossero interconnessi da un unico “shock di riconoscimento” che attraversa il “cerchio” del tempo e dello spazio.
Herman Melville 

Frantumi
Renzo Bertoldo
Sussulti di sopravvent0

Ma perché la vita non è l’immenso brivido che sento in me?
Chiunque è affascinato non scorge nulla di questo mondo.

E se cadrà la neve sul mare in burrasca
sarà perché rapita da inquiete e oscure onde
e formerà un gelido e sottile ornamento sulle sponde.

Se sorgerà il sole nel mezzo della notte
sarà perché rapito da irraggiamenti d’ombre
e formerà un brivido di luce stravagante nella mente.

Se nascerà un fuoco di vita nell’Autunno,
sarà perché bruciando si muore e si brilla
e spaccherà l’inverno frantumandogli le ossa sul confine.

Harmonethica
Renzo Bertoldo
Testo ispirato a “Ethica Nicomachea” di Aristotele

O seducente arduo e affascinante
viaggio nel mare più profondo
dell’inaudito e dell’originario…
Della passione tutta aristotelica per ciò che è straordinario…
Insolito!

Ciò che supera l’orizzonte
del quotidiano e comune senso:
spavento e meraviglia
… e non può essere raggiunto comodamente,
e sfugge al comune senso:
spavento e meraviglia

Pietra di lava
Renzo Bertoldo
Evocazioni politimbriche per coro misto a partire dall’incipit di un antico
epitaffio greco (Sicilo)

Hòson zès medèn,
holos sy lypù
pròs oligon esti tò zèn
to telos ho chrònos
apeitei… 1

Come in primordiali sembianze
siamo placentari creature
chiuse dentro aurore cangianti
prima di ogni forma del giorno.
Si nascerà domani…

Nell’incandescente profondo
ci attraversa un battito nuovo
liquidi in un gravido suono
diverremo pietra di lava
Si nascerà domani…

C’è un grande silenzio pieno di tuoni
nel cratere caldo di sangue
in attesa di una frattura
che ci faccia salva la vita.

1Testo estratto da un antico epitaffio greco (Sicilo)
Finché vivi, splendi,
non affliggerti per nulla: la vita è breve e
il Tempo esige il suo tributo.

Storia di un nuovo Re
Renzo Bertoldo
Libero riferimento al Libro dei Giudici 9,7 – 21

Un nuovo scettro, un nuovo Re, le piante di un colle volevano
C’era l’ulivo, il fico, la vite, il rovo…
Su quel colle vivevano e fiorivano.

Non fu l’ulivo a diventare il Re: o bell’ulivo e generoso olio
Non fu la vite a diventare il Re: o bella vite e generoso vino
Neppure il fico salì sul trono del nuovo Re: rami con dolce frutto degli dei.
Ma sarà un rovo ad avere il trono del Re, con la crudele spina e col fuoco regnerà.

Tetralogia del Templum

1 Renacimiento
Renacimiento,
nuevo firmamento.
Des estrellas aparecidas
Desde un lehano escondite
Desde l’origen del mundo
Renascimiento 1

2 Crisalidi
Ogni mail giace ormai libera in un box
Chiocciola chiusa in sè…
Docta ignorantia…
Ignoramus et ignorabimus
www… dinamiche di mantidi in religiosa attesa
dietro maschere impalpabili assetate come idrovore
fantastici carnivori con dentature nobili
che affondano durissime in fragili crisalidi
…Spelonca profonda. Caverna dell’ombra

3 Fioreoscuro
Fiore oscuro buia luce incisa sulla pietra
Sopra le sciare nere della notte
Notte che passa come un turbamento

4 Barrueco
Barrueco barrueco perla scaramazza
corpo irregolare
Tenebra bizzarra vedi le mie mani,
bramano toccarti
Io dovrei serrare gli occhi
ed invocare il dono della cecità
Per raggiungere il tuo tempio
che è dall’altra parte dell’oscurità.

1 Rinascimento, nuovo firmamento, di stelle sorte da un lontano nascondiglio,
dall’origine del mondo

… del nostalgico

I cantastorie
Renzo Bertoldo

Nel giorno e nella notte,
nel sole e nella luna
senti una voce dei cantastorie
tempo che va che corre via
tempo che cambia le stagioni
acqua che passa a macinare
e non ritorna piu’ a bagnare.
E nella gara di due cantastorie
la vita e la morte rincorrono
il tempo che va, che corre via.
Sono due cantastorie
che cantano per via:
senti la voce dei cantastorie
tempo che va che corre via …
Ma se tace l’usignolo
perchè muore la sua voce
tu continua per le strade
la sua storia raccontare.

Les enfants
Renzo Bertoldo

Et voila’ les enfants,
chansonniers des illusions du temps
Sont filles et garcon
Sur la promenade du primtemps

They sing always …les enfants
In the sun in the moon
Mit dem teufel, mit dem engel
Messis in erba est 1

Inanellando antiche scale
Appare ogni cosa
Tracciando quarte e quinte
Dentro il cerchio
Appare e si nasconde

Tempo che va che corre via
Senti la voce dei cantastorie
Nel giorno e nella notte
Nel sole, nella luna
Senti la voce senti
Sono due cantastorie
Tempo che va, che corre.

Et voila’ les enfants.

1 Ecco i giovani cantori delle illusioni del tempo.
Sono ragazze e ragazzi sul sentiero della primavera
Cantano in continuazione, i giovani cantori,

Lu piante de le fojje
Tradizionale abruzzese – Rielaborazione Renzo Bertoldo

Lu ciel’ è chiuse, chiuse la muntagne,
le fòjje gialle casche a un’a une
e si còjje l’alive e la campagne
tra la nebbie, aresòne di canzune.
Sempre sta nebbie amore, gna si còjje l’alive
e casch’a l’albere le fòjje!

‘N cim’a na scale ci sta na fijòle
che m’mézz’a l’atre voci fa da prime
e gna vuléss’aretruvà lu sole
s’aàlz’aàlze se ne va chiù n’cime.
Ah chela voce che fa da suprane
amor’amore, falle canta chiane!

Le fòjje fa nu piante pe’ la vie
e lu cant’aresòne entr’a lu core
gne nu salùt’afflitte, gne n’addie
di tante cose bièlle che si more,
di tante care nuode che s’asciojje,

amore, tra lu piante de le fojje! 1

1 Il cielo è chiuso, chiusa la montagna
le foglie gialle cascano ad una ad una
e si raccolgono le olive e la campagna, tra la nebbia, risuona di canzoni.
Sempre ‘sta nebbia, amore, quando si raccolgono
le olive e cascano agli alberi le foglie!

In cima a una scala ci sta una figliola
che in mezzo alle altre voci fa da prima
e come se volesse ritrovare il sole s’alza s’alza
e se ne va più in cima. Ah quella voce che fa
da soprano amore amore, falla cantar piano!

Le foglie fanno un pianto per la vita
e il canto risuona nel cuore come un saluto afflitto,
come un addio di tante cose belle che muoiono
di tanti cari nodi che si sciolgono amore,
tra il pianto delle foglie!

Tregua
Renzo Bertoldo

Oh misteriosa voglia di cantare, resta.
Sei come tregua che placa il fragore dei giorni
come un urlo che scioglie il dolore del mondo.
Un nuovo ritmo che cela i segreti del tempo.
Sei frammento di un viaggio perduto nel cosmo.
Incomprensibile e certo conforto ala vita

… del fenomenologico

Quarto di Luna crescente
Renzo Bertoldo

Niente, sembra niente, sembra poco più di niente…
Sembra niente, una falce di luce radente
che si svena su muri e lacerti
che s’infatua di zolle e di torri
bacia pelli rugose e velluti
e si svela al suo quarto la luna
una luna di luce crescente.
che si inoltra e nessuno lo sa,
quale viaggio vorrà non si sa
quale viaggio vorrà avere in mente.
Sembra niente, sembra poco più di niente

Richiami d’autunno
Renzo Bertoldo
Testo in lingua sarda logudorese

Ballana sas fozas, danzana sas aes,
pantasimas de bentu, pulighes de fogu.
Cantamus, custa es’ s’ora
De colorar sa vida !
Atunzu in arco ‘e sole
Non serre mai sos ojos.
E cherene fujre, sas dias, dias mias
Luna ‘e nie, Luna vera,

Luna noa, Luna mia…1

1Danzano le foglie e gli uccelli, come fantasmi di vento, pulci di fuoco…
Cantiamo, questa è l’ora di colorare la vita, e l’Autunno, in un arcobaleno di colori, non chiude mai i suoi occhi…E vogliono fuggire i miei giorni…

Luna di neve, Luna vera, Luna nuova, Luna mia

Rondini
Renzo Bertoldo

Rondini umili
sopra tutti gli uomini,

Rondini fragili
emigranti indomiti

Rondini fremiti
improvvisi dell’anima

Volano, volano, volano …

“INCIPIT E COACERVI”
RACCOLTA DI CANTI

 

PER CORO MISTO

I

GLI SPARTITI

volume 3

Patchwork Curricolare

Renzo Bertoldo 

Nato a Monza il 18 aprile 1956, fin dalla più tenera età manifesta un profondo interesse per i suoni e per la musica, intercettando e sviluppando un naturale patrimonio genetico familiare. In particolare eredita la passione per il canto dal padre Remiro, corista, direttore di coro e tenore nei luoghi di origine e della sua giovinezza, i colli Berici, in provincia di Vicenza.

Renzo (agli albori affettuosamente soprannominato Renzino o Cencio Balota da un ristretto giro parentale veneto, poi automarchiatosi Larry Lars con un nick name ante litteram e risarcitorio per la firma di racconti seminariali, quindi K in successivi epistolari, e poi finalmente Renzo Bertoldo), ancora fanciullo, inizia a cantare in cori di voci bianche e in forma solistica nelle ricche liturgie degli anni ’60.
Canta per tre anni come contralto nel coro dei pueri cantores del seminario di Masnago, dove inizia anche a studiare pianoforte. Abbandonato l’eremo “masnaghese” si avvia presto, adolescente, ad accompagnare all’organo i canti delle celebrazioni eucaristiche in territorio sestese, all’ombra delle fabbriche, iniziando a coinvolgere molti giovani in forme sempre più ricche ed estese di animazioni con il canto e con la parola. Seguendo un’innata propensione alla ibridazione dei linguaggi e delle esperienze artistiche, si accosta all’espressività corale cercando e coltivando formule più esperienziali e meno accademiche.

Dopo attività di studio presso la Gioventù Musicale Italiana, frequentata alla fine degli anni 70, estrae dalle varie esperienze di animazione sociale (fra cui quella di un doposcuola avviato nella periferia di Sesto San Giovanni) l’idea di costituire un coro. Il coro La Miniera. Nel 1976 diventa docente in un Centro di Formazione Professionale nell’ambito della comunicazione grafica e visiva, dove insegna per vent’anni prima di diventarne Direttore. Negli anni ’90 con il maestro Felice De Benedittis di Milano,
avvia un percorso didattico di sistematizzazione delle competenze di armonia e sostiene l’esame SIAE come compositore anche a tutela del proprio lavoro che nel frattempo si arricchisce di proposte inedite.Successivamente Presso il Centro Professione Musica di Milano (CPM) perfeziona con Mark Harris il suo approccio creativo al pianoforte. Nel 2012 riprende questi approfondimenti con il pianista Mell Morcone, mentre si avvia con alcuni collaboratori a costituire una fondazione per tenere vive le attività formative a favore dei giovani. Attualmente è cofondatore e presidente di Fondazione Daimon, un Ente di Formazione accreditato e riconosciuto per i corsi di secondaria superiore nell’ambito della Grafica e Comunicazione in cui sono confluite le esperienze formative precedenti, e si è consolidata anche l’attività di una scuola di musica (“Albero Musicale”) per il diletto o lo studio di piccoli, giovani e adulti nell’ambito della musica classica e moderna, con sperimentazione di una piccola orchestra, musica individuale e d’insieme, sale prova per gruppi, studio di registrazione.

È scrittore e appassionato di scrittura creativa. Dopo la sua prima pubblicazione Banchi di Nebbia Ed. Monti, raccolta di quadri vividi costruiti con testimonianze di suoi ex allievi, con i propri libri Afonia, Upper Lake, La Tristezza non esiste, (scritto con Silvia Morlotti) ha vinto o si è segnalato in concorsi nazionali.

Insieme Vocale e Strumentale La Miniera APS

Nella prima metà degli anni 70, nel cuore ardente e infernale delle acciaierie e ferriere di Sesto San Giovanni, in un’area ai bordi della città delle fabbriche, muove i primi passi la vicenda di quello che nel 1980 sarebbe diventato il “Coro La Miniera”, che con quel nome e con il suo canto vissuto come “fenomeno estrattivo” avrebbe suggellato così il legame con un territorio enigmatico e magmatico.
L’iniziale spunto è tipicamente aggregativo e inclusivo, tanto più necessitante quanto più si manifesta il tratto periferico ed emarginante del luogo.

Renzo Bertoldo coglie e rielabora questa vitalità conducendola nell’alveo di esperienze sociali e musicali i cui codici gli appartengono. La carica giovanile iniziale della “Miniera” manifesta il proprio ardore creativo soprattutto nelle animazioni liturgiche e in ritualità di canto e rappresentazione scenica e di animazione nella vita del quartiere. Progressivamente, con l’intento di personalizzare e non lasciare ai margini del linguaggio quella tipicità, Renzo Bertoldo, oltre a cercare di tutelare una forma espressiva vocale naturale del gruppo, inserisce nel repertorio brani di sua composizione, legati allo sguardo su una piccola quotidianità che si fa mondo e mito.

Contestualmente, si avvia un’instancabile ricerca di relazioni e rapporti e collaborazioni con altri cori e musicisti, in Italia e all’estero, secondo i naturali slanci che conducono alla ricerca di contaminazioni, rapporti, confronti. Con i propri canti inediti, nel 1988, vince il primo premio al concorso corale della nuova creatività Popolare di Mariano Comense, cui seguono altre affermazioni sul territorio provinciale e nazionale.

Ma ciò che prevale è la fedeltà inquieta e mai conclusa alle proprie origini e a una libertà espressiva che si confronta e si modifica, senza annullare il suo “marchio di fabbrica”.

Dalle relazioni con altri artisti nascono progetti ed esecuzioni pubbliche, trasferte e amicizie, come accade per moltissimi cori (tra i progetti storici: la trilogia “Patmos per doppio coro ensemble strumentale e teatrale, realizzata per la prima volta nel 1993 con il coro Licabella di Rovagnate diretto da Flora Anna Spreafico e riproposta nel 2017, la raccolta di canti liturgici “Missa Caritatis” per coro, organo, pianoforte e tromba, presentata in Santo Spirito in Sassia a Roma nel 2003, le esperienze con il coro “Caritas” di Riga, i brani che rievocano il tempo delle fabbriche, incontri e concerti tematici…

Anche in questi ultimi anni il coro, in ulteriore fase di rilettura della propria storia, non ha mai smesso di tener vivo il proprio fuoco. Due sono gli appuntamenti annuali storici che il coro, con il patrocinio dell’Amministrazione di Sesto San Giovanni propone in città, la rassegna primaverile e quella invernale dove vengono ospitati ensemble corali di particolare valore artistico o simbolico, o gruppi con i quali sono state mantenute relazioni molto forti nel tempo.

Con riferimento all’attività più recente si ricorda il progetto “Canta e cammina” costruito in collaborazione con il Coro “Enjoy” di Cesano Maderno diretto da Raffaele Cifani, ed eseguito il 6 novembre 2022 in terra Veneta nel cuore dei Colli Berici (Vi), poi riproposto il 18 dicembre 2022 nel quartiere storico “Villaggio Falck “di Sesto san Giovanni, insieme al gruppo vocale di Biella “Voceversa”.

L’impronta rituale, liturgica e popolare del coro, viene così tenuta ancora accesa e alimentata, come lampada simulacro, contraltare dei forni di un tempo.

Attuale docente di riferimento per la prassi vocale è Daniela Panetta, cantante jazz e Vocologa artistica di esperienza internazionale.

Informazioni 2023

Informazioni 2023

EVENTI e PROGETTI

2025

Il sacro in musica

Il 14 dicembre, all’interno del circuito progettuale promosso dalla Pro Loco e patrocinato dal Comune di Sesto San Giovanni, denominato il “Sacro” (secondo una accezione ampia e interconfessionale) “in musica”, abbiamo pazientemente costruito un concerto vocale e strumentale orientato a un momento di solidarietà per far conoscere e aiutare l’associazione ASBBI, che si dedica ad aiutare le famiglie con figli colpiti dalla sindrome rara chiamata di Bardel Biedl (i cognomi dei due medici che la diagnosticarono nel 1920)

2025

Bocca di fuoco in Oedipus Pa'

Ho ravvivato in me la memoria sulle ultime scene del film Edipo Re di Pier Paolo Pasolini girate un giorno di luglio del 1967 lungo la cinta delle fabbriche della Falck e del “mio” Villaggio, in cui il regista coinvolse anche alcuni ragazzini che in quel giorno assolato stavano giocando a pallone nel campo dell’oratorio, tra cui il sottoscritto (avevo 11 anni), per girare ripetutamente una scena di palleggi con Ninetto Davoli (l’Angelo accompagnatore di Edipo accecato).

Questa reminiscenza mi ha condotto a rivedere il brano corale “Bocca di Fuoco” che scrissi negli anni ‘ 80 (dedicato agli  alti forni della Falck), ora un po’ trasfigurato e intitolato “Bocca di Fuoco in Oedipus Pa’, con chiaro riferimento a Edipo e a Pasolini, in cui ho inserito il tema suonato da Edipo al flauto davanti a un traliccio dell’alta tensione di Via Trento (ho scoperto dopo lunghe ricerche – perché le informazioni sul film non lo riferiscono – essere il tema di un canto popolare russo inserito, trasfigurato, nel terzo movimento dell’undicesima sinfonia di Shostakovich in memoria della rivoluzione del 1905). Anche per il musicista russo, per strane sincronicità, scoccano quest’anno i cinquant’anni della morte. Nel brano ho inserito quel tema e sovrapposto un testo tratto dalla sceneggiatura finale del film (edizione storica Zanichelli).

Per ascoltare la registrazione

https://www.corolaminiera.com/discografia/Bocca%20di%20fuoco%20in%20Oedipus%20Pa’/Bocca%20di%20fuoco%20in%20Oedipus%20Pa’.mp3

2025

Spettacolo Misa Tango

Iscritta nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore al n 125339.

https://www.italiacori.it/coro-miniera-sestosgiovanni

In collaborazione con

COMUNE DI SESTO SAN GIOVANNI Settore Cultura – Biblioteche

Clicca per vedere il VIDEO DEL CONCERTO

Il progetto “MISA TANGO” (Misa a Buenos Aires)

Un concerto significativo e di pregio, esito finale di un lungo e laborioso lavoro di preparazione, studio e organizzazione, concepito all’interno dei festeggiamenti per i 45 anni di coro “La Miniera” (1980 – 2025). Il progetto, realizzato in collaborazione con il Settore Cultura – Biblioteche del Comune di Sesto San Giovanni è stato artisticamente preparato e musicalmente realizzato da

  • L’Associazione Insieme Vocale e Strumentale “La Miniera APS” con il direttore Direttore Artistico Renzo Bertoldo (curriculum allegato), che quest’anno “compie” 45 anni di attività
  • Quintetto strumentale BAMAS Tango Quintet (curriculum allegato)
  • Il soprano Chiara Rebaudo (curriculum allegato)
  • Daniela Panetta cantante ed esperta di vocologia artistica, con esperienza internazionale (curriculum allegato) per la preparazione vocale

Si tratta di un’idea musicale e testuale di particolare colore e struttura, connotata dagli elementi stilistici e propri del tango. Il compositore argentino Martin Palmeri per questa sua opera ha combinato i testi sacri della messa latina con gli inconfondibili ritmi della musica “porteña”. L’opera viene continuamente eseguita sia in Italia che nel resto del mondo.

La Misa Tango è stata composta tra il 1995 e 1996 ed eseguita per la prima volta il 17 agosto 1996 dall’Orchestra Sinfonica Nazionale di Cuba a Buenos Aires. Dal punto di vista della scrittura musicale, si compone dei sei movimenti classici della messa cantata in latino: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Benedictus e Agnus Dei, eseguiti adeguatamente per voce di mezzo soprano, coro, bandoneón e orchestra. L’opera coniuga i caratteristici ritmi sincopati e le dissonanti armonie del tango con la scrittura per coro.

2025/2024

Spettacolo di Alessandro Sciarroni

AMBRA

Il brano “Ambra” di Renzo Bertoldo, è stato inserito nello spettacolo teatrale “U.” di Alessandro Sciarroni, dove l’alternanza tra canti corali e silenzio dà corpo a una coreografia di voci.

U. è una performance musicale, un concerto, la cui drammaturgia, curata da Alessandro Sciarroni con Aurora Bauzà e Pere Jou, è costituita da canti corali tratti dal repertorio italiano composti tra la metà del secolo scorso e i giorni nostri, da Renzo Bertoldo, Piercarlo Gatti, Bepi de Marzi, Angelo Mazza e Giorgio Susana. Per l’occasione Alessandro Sciarroni (Leone d’oro alla carriera alla Biennale Danza di Venezia del 2019) mette assieme un nuovo gruppo di interpreti. Attraverso un accurato processo di ricerca e selezione, nasce un coro di sette cantanti con formazione ed esperienze vocali molto diversificate: Raissa Avilés, Alessandro Bandini, Margherita D’Adamo, Nicola Fadda, Diego Finazzi, Lucia Limonta, Annapaola Trevenzuoli.

2024

Concerto dedicato a Renzo Bertoldo

Sabato 19 ottobre 2024, alle ore 21:00, presso la Chiesa romanica dei Santi Gottardo e Colombano ad Arlate, il gruppo corale Licabella è stato protagonista di un evento corale intitolato “La musica di Renzo Bertoldo e Bepi De Marzi”, inserito nella terza edizione della Rassegna Corale “Dal XX al XXI secolo”

2024

Il villaggio visibile

Voci, parole e immagini sulla città delle fabbriche
Sabato 18 maggio 2024: voci, parole e immagini sula città delle fabbriche

Concerto multimediale per raccontare tracce, vestigia e testimonianze raccolte in un viaggio immaginario lungo la periferia di Sesto San Giovanni, città delle fabbriche, con particolare sguardo sul Villaggio Falck. Al progetto, organizzato dall’insieme vocale e strumentale La Miniera aps, hanno partecipato e collaborato: il coro Plinius di Bottrighe (Ro) diretto da Antonella Pavan, il settore Cultura e Biblioteche della Città di Sesto San Giovanni che ha messo a disposizione gli archivi del fondo filmico “Carlo Pozzi”, con materiale restaurato e custodito presso la Cineteca di Milano. Al pubblico, insieme al programma, sono state donate cartoline con scorci emblematici del Villaggio Falck e della discarica adiacente, formata da depositi di terra e materiali inerti, adiacente alle abitaioni e  denominata “la Miniera.
Il coro Plinius, colpito da un lutto inatteso, è stato sostituito all’ultimo momento dai generosi cantori del coro ”Amici della Montagna di Origgio” legati da profonda amicizia con il Plinius.

2022

Canta e Cammina

(Canta sed ambula)
Sabato 5 novembre 2022, a Grancona (Vi)

In occasione del trentesimo anniversario della morte di Daniela Bertoldo, sorella e corista indimenticata, scomparsa il 14 agosto del 1992, è stato organizzato un incontro corale e strumentale dal titolo “Canta e Cammina” (che richiama il “Canta Sed Ambula” di agostiniana memoria) nella chiesa di Grancona, paese dei colli Berici nel cui cimitero è sepolta. Al progetto organizzato dall’insieme vocale e strumentale La Miniera aps, hanno partecipato il Coro Enjoy di Cesano Maderno diretto da Raffaele Cifani, Marta Grandi all’organo e Luca Giacomin alla tromba.

ALTRE PUBBLICAZIONI

1997

2009

DESCRIZIONE

AFONIA

“Trovò il cadavere di suo padre che galleggiava prono. Di quell’acqua non parlò più, e io smisi di chiedergli che fine avesse fatto il rammento musicale che la evocava. La morte iniziò presto a far sentire la sua voce e a toglierci la nostra. Quella fu la prima volta che ci provò. Poco tempo dopo, sua madre impazzì e scomparve. Il suo corpo non fu mai più ritrovato. Passò molto tempo, prima che le gambe di ‘Ndrezoi riprendessero la strada del fiume e il suo volto si riappropriasse dello specchio sulle acque.”

2011

DESCRIZIONE

Upper lake

È narrazione di una fuga, ma è anche fuga dalle narrazioni, perchè gioco impossibile e serrato di fantasmi generati dal grembo grafomane di Ilario del Verbenaco, una danza di suggestioni che si innalzano come onde scure in prossimità delle rive psichiche del Lago Espanso, per finire in frantumi sugli scogli della realtà e risorgere di nuovo, al largo, in forma di scrittura, ogni volta ripudiata e ritessuta. Renzo Bertoldo, in questo racconto dai colori cangianti, intreccia, nella piega più carsica e nascosta del protagonista, incipit ed epiloghi di una storia sotterranea pronta a riemergere, per avvampoare e incenerirsi, in vortici mai conclusi di resurrezioni e disfacimenti.

2013

DESCRIZIONE

La tristezza non esiste.

Una straniante sfida a due alla ricerca di una maschera perfetta

Una sfida fino all’ultima parola, alla ricerca del vuoto necessario per inventare le maschere che giustifichino un’esistenza da scrivere, un’iniziazione che coincida con l’immolazione. Lara, fredda e cinica, ha deciso di lanciare la sua sfida definitiva a Ivan, iperbolico, impulsivo e rituale: la creazione di un personaggio neutro, materializzazione del vuoto. Cosa è veramente necessario alla pura esistenza di un personaggio? La mente razionale e mimetica dello scacchista Thomas, le pagine di un quaderno, il segreto di Sonoko e Karl, l’umanità allo sbando della locanda nella Città Vecchia, le apparenze della Città Nuova, il Paese delle Tre Strade, l’acqua del canale… sembrano interagire con la sfida tutta mentale dei due protagonisti, che si affrontano specularmente mentre conducono una lotta con sé stessi, verso l’enigmatico epilogo. Solo con una trasfigurata indifferenza è possibile tagliare come una lama ciò che ci circonda, senza farsi lacerare. Solo bevendo il mondo è possibile svuotare la tristezza, riempiendola di qualcosa di completamente

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